QUANDO C’E’ LA NEVE

Cinque motivi per cui è bello e cinque  motivi per cui è brutto

1.

Si può arrivare tardi al lavoro e nessuno ti dice niente

2.

Le città brutte sembrano più belle

3.

Si può fare a pallate di neve

4.

La neve copre le merde dei cani

5.

Tutto diventa più silenzioso

1.

Le strade sono sudice e si scivola sui marciapiedi

2.

La gente va in giro con gli stivali di gomma

3.

Le ragazze sono tutte imbacuccate e non mostrano le loro grazie

4.

Il traffico impazzisce

5.

Non puoi indossare il tacco 12 alla festa di natale aziendale

COSA E’ PASSATO PER LA TESTA DI BERLUSCONI

Durante l’aggressione subita a Milano? Secondo noi una tra le seguenti dieci cose

1.

Ora mi tocca chiedere a Fede un po’ della sua pelle, la mia è finita

2.

Se mi danno 5 punti raggiungiamo l’Inter

3.

Gattuso è sempre un po’ irruento

4.

Un souvenir

5.

A Natale siamo tutti più buoni

6.

Adrianaaaaaaaaaaaaaaa!

7.

Quest’anno niente torrone per Natale!

8.

Dai, anche quest’anno il panettone dovrei mangiarlo

9.

Comunistiiiiiiii

10.

Sono il miglior bersaglio di oggetti contundenti dai tempi di De Gasperi

POP LIFE #23

THE WALL 1979 – 2009

Fine anni Ottanta, primi anni Novanta. Sugli zainetti Invicta di alcuni nostri compagni compaiono una serie di mattoncini stilizzati. Formano un muro, quello della copertina di The Wall dei Pink Floyd, un gruppo guardato con sospetto da noi amanti della new wave e dei primi vagiti di quello che, qualche anno dopo, si chiamerà Britpop. Però The Wall, uscito nel ’79, è un bel disco, grandi canzoni, grandi melodie. E’ nato, impariamo, per esorcizzare i fantasmi di Roger Waters, bassista della band, o almeno per provare a farlo. Il padre di Waters è morto in Italia, ad Anzio, durante lo sbarco degli alleati. Waters è una rockstar, una leggenda vivente della musica, ma non è un uomo sereno. E nemmeno questo disco servirà a renderlo tale. Però The Wall è l’ultimo grande disco dei Floyd. Nel 1990, a muro di Berlino caduto e a band parzialmente sciolta (Waters se n’è andato sbattendo la porta), le sue canzoni risuonano davanti alla porta di Brandeburgo, eseguite da una specie di Armata Brancaleone del rock, che alimenta l’equivoco secondo cui “il muro” è il muro di Berlino. Chissà perché. Oggi quel disco compie trent’anni, e ancora oggi non sentiamo bisogno di educazione né di controlli. Di grandi dischi, invece, c’è ancora bisogno, e ne escono sempre di meno.

HANNO UCCISO L’UOMO RAGNO

Ma non doveva mica vincere lo scudetto?

QUANDO UN TITOLO VALE PIU’ DI MILLE EDITORIALI

POP ART #27

QUESTI BAFFI ALL’IN GIU’

Dieci baffuti che non hanno mantenuto le promesse degli esordi (per fortuna, in alcuni casi…)

1. Adolf Hitler

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2. Roberto Calvi

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3. Gigi Sammarchi

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4. Giorgio Porcaro

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5. Silvio Sarta

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6. Alberto Castagna

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7. Giorgio Corbelli

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8. Marco Predolin

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9. Aldo Agroppi

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10. Gegia

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JEAN CLAUDE BLANC “PROFETICO”

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RICOMINCIO DA QUI

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Stankovic…goooool!!! A gridare è un ragazzino che avrà al massimo 12 anni, una felpa troppo grande che cade a metà coscia su gambe storte e sottili. Avevo promesso a me stesso che sarei stato lontano da campi e palloni ma quando vedo qualcuno che gioca non resisto: mi piazzo a bordo campo e mi metto almeno a guardare. Il campetto di questo oratorio è tenuto bene, mi vien voglia di entrare e dare anch’io due calci ma mi trattengo. Sono entrato in chiesa, non lo facevo da anni, per parlare con il Signore, per fare il punto della situazione. E anche per ringraziarlo, perché la mia vita da ex calciatore non è così brutta come me l’ero immaginata.

Niente rinnovo del contratto, niente proposte dall’estero: niente di niente. Ero un numero 12 che non interessava più a nessuno. E allora ho mollato tutto e sono tornato a vivere qui, in questa città del Centro Italia in cui ho giocato un anno e in cui un giornale a corto di fantasia potrebbe scrivere che ho segnato “il gol più bello”.

Vivo nella stessa città di Chiara, mia figlia. Ho il diritto, sancito per legge, di vederla, di passare del tempo con lei. Quando ho chiuso con il calcio mi sono subito chiesto cosa mi era rimasto e la risposta mi ha immediatamente riportato qui. Mentre uscivo dalla chiesa e mi avvicinavo al campetto mi è venuto incontro un prete con la faccia simpatica, che per età e fisico mi ha ricordato il Robert De Niro di Sleepers, quello che non esita a mentire in tribunale per salvare il culo ai suoi ragazzi. “Numero 12, sei tu, vero?” mi domanda. “Mi fa piacere vederti qui”. E poi parte subito con la proposta che non mi aspettavo: “Vedi, qui il calcio va molto. Che ne diresti di darmi una mano? I ragazzini li alleno io ma certo se ci fossi anche tu sarebbe tutta un’altra cosa…”. “Cazzo”, penso, “volevo starne lontano e il calcio non mi lascia in pace mai”. Però questo è un’altra cosa: non ci sono gli ultrà, i soldi, i procuratori. Solo bambini che sognano di essere Stankovic e tirano legnate nonostante gambette secche non proprio da calciatore. Chissà, quasi quasi accetto la proposta del don, tanto non ho niente da fare.

Intanto un pallone sbananato malamente da un tipetto con la testa rasata e la maglia del Milan con il nome di Kakà mi rotola tra i piedi. Lo alzo e lo calcio di collo pieno verso la porta. Il portierino neanche si muove. “Minchia che legna”, esclama un altro e poi mi guarda strano. “Ma lei è…”. Lei. Per loro sono un vecchio, o forse solo uno a cui si deve rispetto perché ha giocato in A. “Dai, dammi del tu”, gli rispondo, “posso fare due tiri?”

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