IL PREZZO DA PAGARE PER IL SUO OK

Qualsiasi cosa. Qualsiasi cosa. Qualsiasi cosa.
Lo ripeto come un mantra, mentre compongo il numero di telefono di F.M., miglior cliente dell’anno di grazia 2007.
Qualsiasi cosa.
Risponde la sua segretaria. Le dico chi sono, per quale banca lavoro. Lei rimane in silenzio qualche secondo, quasi fosse stupita del fatto che qualche investment bank chiami ancora.
“Un attimo” mi dice.
Parte l’inno alla gioia. Dura qualche minuto, poi la segretaria mi dice che al momento F.M. è impegnato. Non mi dice in cosa. Non mi dice se e quando mi richiamerà lui. Non mi chiede se è urgente. Riattacco. Decido di aspettare qualche minuto.
F.M., il miglior cliente di tutti. La troia del mercato. La vacca grassa da mungere. Cinquant’anni, CIO di una compagnia assicurativa medio piccola. La competenza finanziaria di un bambino di cinque anni. Ha comprato di tutto negli ultimi anni, senza avere la più pallida idea di quello che si metteva in pancia. È ancora al suo posto, nonostante questo.
Ho il suo numero di cellulare. Decido di provarci. Lui risponde al quarto squillo.
Impegnato un paio di palle.
Gli dico chi sono. Lui rimane in silenzio per alcuni secondi.
“Quanto tempo” mi dice.
Stronzo, sono due mesi che cerco di parlarti, penso.
“Già” rispondo.
“A cosa devo questa chiamata?” mi domanda.
Parto con il discorsetto che mi ero preparato sulle difficili condizioni di mercato. Le prospettive per il futuro, le opportunità che si possono cogliere in alcuni settori, i nuovi prodotti che abbiamo studiato per venire incontro a queste problematiche. Lui aspetta che io finisca, in silenzio, poi incomincia a scaricarmi addosso di tutto, come previsto.
“Sai quanto valgono i prodotti che mi hai venduto a cento l’anno scorso?” mi domanda, ma non credo voglia da me una risposta.
“Zero” si risponde da solo.
“E quelli che mi hai venduto due anni fa?”
Sempre zero, penso.
“Sempre zero” conferma lui.
“E quelli che mi hanno venduto i tuoi competitors?” potrebbe andare avanti così per un’ora, decido di interromperlo. Vorrei tanto fargli notare che un bambino di cinque anni non avrebbe mai comprato quei prodotti. Non lo faccio.
Qualsiasi cosa. Qualsiasi cosa. Qualsiasi cosa.
Ancora il mio mantra.
“Ascolta” incomincio a mentire “ho parlato con i miei capi a Londra”.
Scandisco le parole mentre sparo la prima grande palla della giornata.
“Stanno studiando la situazione dei tuoi portafogli”.
Mi guardo in giro, controllo che nessuno mi stia ascoltando. Abbasso il tono della mia voce.
“Sarebbero disposti a darti una mano, anche usando il capitale della banca”.
Palla colossale.
F.M. forse ci casca e incomincia ad ascoltare con più interesse.
“Cosa volete in cambio?” mi domanda, dimostrando di non essere del tutto un idiota.
Gli sparo il nome del nostro ultimo prodotto. Un nome in inglese, che evoca sicurezza, tranquillità, zero rischi e grandi cedole.
“Comprane una decina di milioni, così il mio management si convince” aggiungo, stringendo la cornetta più forte che posso.
Lui rimane in silenzio per un tempo infinito. Lo sento pensare.
“Vediamo questo prodotto” mi dice, e io ricomincio a respirare.
“Ti faccio chiamare da G., vedetevi voi due, spiegagli l’operazione” conclude.
“D’accordo” dico io con un filo di voce.
Lui riattacca senza salutare.
Rimango con il telefono in mano. Sussurro un grazie alla cornetta muta. Non posso credere che ci sia cascato. Sento la testa leggera. Riattacco anche io.
G. è lo scagnozzo di F.M.. Ha quarant’anni, guadagna un decimo di quello che guadagno io. F.M. si fida ciecamente di lui.
G. capisce di finanza un po’ più del suo capo, è sposato, è calvo e grasso. G. è il braccio, ma senza il suo ok l’operazione non si fa. Il suo ok ha un prezzo, lo sanno anche i mouse delle sale operative.
Mi alzo dal desk, attraverso la sala, so a chi rivolgermi per questo.
L. è seduto in fondo, vicino alla finestra. Sta guardando le foto del calendario sexy di qualche modella. Appena mi vede iconizza la finestra di internet. Sotto c’è il solito foglio excel con la sua lista clienti. Vende obbligazioni corporate, lavora sul trading floor da un paio d’anni, ma crede già di essere un Dio. È nella merda, come tutti.
“Come butta?” mi chiede, tirando fuori il suo migliore sorriso.
“Si tira avanti” rispondo.
Ha la faccia da ragazzino viziato e i capelli pettinati all’indietro.
“Coraggio” mi dice con l’aria di chi la sa lunga “vedrai che in sei mesi questa crisi passa all’economia reale e noi siamo salvi”.
Lo guardo, mentre lui continua a sorridere. Non credo abbia capito di aver detto una stronzata gigantesca. Se la crisi arriva all’economia reale, neanche Gesù Cristo potrà salvarci.
“Mi dai il numero del W.? Devo prenotare un tavolo” taglio corto, per evitare di ascoltare altre delle sue teorie economiche.
“Cliente allupato o piacere personale?” mi domanda.
“Cliente” rispondo.
“Sorry mate, ma il W. ha chiuso i battenti” mi dice, sempre sorridendo e godendosi la mia faccia sorpresa.
Merda.
“Settimana scorsa” aggiunge L. “la polizia ha messo i sigilli al locale”
Merda.
“Indovina per cosa” mi domanda appoggiandosi allo schienale della sedia.
Non ho voglia di scherzare e non rispondo.
“Alternative?” gli chiedo. Lui tira fuori il portafogli dalla tasca interna della giacca.
“C’è un posto, un po’ meno in centro, non è male, molte delle ragazze del W. si sono trasferite lì” mi dice, allungandomi un biglietto da visita. C’è scritto night club. Io leggo puttane di lusso a mille euro a giro. Leggo G., il prezzo da pagare per il suo ok. Leggo il deal che mi salverà il culo.

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