IL PIANO B

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G. è seduto di fronte a me. Siamo in un ristorante giapponese in centro. È martedì sera, ha ordinato mezzo menu e un paio di bottiglie di vino.
Come sempre.
G. ha una macchia di caffè sulla camicia e un chicco di riso sulla giacca. G. è la mia ultima speranza. Il mio destino dipende dal suo grado di soddisfazione della serata. Lui si guarda intorno in continuazione, facendo scivolare i suoi occhietti sui corpi delle modelle che frequentano il locale. Il ristorante l’ha scelto lui, non certo per la cucina. Ingurgita bocconi di sushi infilzandoli con la bacchetta come spiedini.
“Allora come va?” mi chiede, appoggiando lo sguardo sul culo di una nera di due metri che passa di fianco al nostro tavolo.
Si aspetta che gli risponda male, la vita è una merda, sto per essere licenziato. Mi sorride. Oggi le azioni della banca per cui lavoro hanno perso il dieci per cento. Immagino che lui lo sappia.
“Si tira avanti” gli rispondo.
“Hai visto la presentazione che ti ho mandato?” vado al punto. Il motivo per cui questa sera mi toccherà sopportare la sua presenza.
“Non ancora” risponde, sempre con quel sorriso schifoso sulla faccia “parlamene tu”.
Il suo modo di umiliarmi.
Gli parlo del prodotto, mentre il suo sguardo continua a vagare per il locale. Non sta ascoltando. Non ascolta una parola di quello che dico.
“Cosa ne pensi?” gli domando quando ho finito il mio show.
“Non male, ci devo pensare” risponde lui svuotando il bicchiere di vino da cento euro a bottiglia come se fosse acqua di rubinetto.
“Riguardo al rifinanziamento dei nostri portafogli?” mi domanda, arrivando anche lui al punto.
“Ci sto lavorando, i miei capi a Londra sembrano d’accordo”.
La verità è che la mia banca non tirerà fuori un soldo per loro. I miei capi a Londra non sanno niente di tutta questa storia.
“Bene, tienimi aggiornato” mi dice lui, mentre la cameriera ci porta il conto.
“Ci pensi tu vero?”. Il suo momento di gloria. La battuta che lo fa sentire un uomo importante. Trecento cinquanta euro. Hanno aumentato i prezzi o G. ha scovato una bottiglia di vino più cara del solito. Allungo alla cameriera la carta di credito corporate della banca.
“Qual è il programma della serata?” G. ha la bava alla bocca. Vuole solo una cosa a questo punto. Gli allungo il biglietto da visita che L. mi ha dato. Lui storce la bocca e domanda del W. Gli spiego la situazione attuale del locale, cioè che per entrare dovremmo scavalcare i sigilli della polizia. G. sembra deluso.
“Fidati” cerco di rassicurarlo.
La cameriera torna con la carta di credito. Mi allunga lo scontrino. Autorizzazione negata.
Cazzo.
G. si gode il momento. Cerca una battuta ad effetto, non la trova, si limita a sorridere. Tiro fuori la mia carta di credito.
La cameriera torna dopo poco. G. non le toglie gli occhi dalla scollatura. Firmo e faccio chiamare un taxi. G. non riesce a smettere di sorridere.
In macchina restiamo in silenzio. Ricevo una mail sul blackberry. È di S., il mio capo. L’oggetto della mail è fin troppo chiaro:
Rifinanziamento?
Non la apro neanche. So già quello che è successo. F.M., il capo di G., deve aver chiamato S., chiedendogli chiarimenti riguardo a come abbiamo intenzione di salvare i suoi portafogli. S. sarà caduto dalle nuvole. Spero solo mi abbia retto il gioco. Domani pretenderà spiegazioni.
Domani. Mi inventerò qualcosa.
Spengo il blackberry.
Il locale è in una strada anonima e deserta, dietro alla stazione centrale. Non ci sono insegne, solo una porta rossa e un buttafuori. Entriamo. Veniamo accolti dal sorriso di una guardarobiera sui cinquanta. Inizio a dubitare che questo locale sia all’altezza del W. Ci sediamo a un divanetto di pelle rossa di fianco al palco. Siamo gli unici clienti. La cameriera in babydoll prende le nostre ordinazioni. Due gin tonic. In sala ci sono quattro ragazze. Mi sembra di riconoscerne una. Un secolo fa, al W. K., o qualcosa del genere. Così aveva detto di chiamarsi. Ci avevo fatto un giro. Un secolo fa, forse un’altra uscita con G., forse no. Aveva detto di essere moldava, che avrebbe smesso non appena avesse raccolto i soldi per tornarsene a casa. Dicono tutte così.
Inizia lo spettacolo. Solo per noi. G. si sistema sul divanetto mentre arrivano i nostri cocktail. Esce una ragazza di colore, vestita di bianco, con delle ali finte. Ali di angelo. G. perde la testa per le nere. Lo so, lo osservo, lui sorride alla ragazza. Lei si avvicina, si libera delle sue ali e di tutto il resto. Si siede sulle ginocchia di G.. Ci siamo, penso. Lei gli sussurra qualcosa nell’orecchio. Lui mi fa un cenno con la testa. Ci siamo. Chiamo la cameriera. Chiedo uno show privato per il signore, allungando la mia carta di credito. La cameriera mi chiede se lo show deve essere normale o speciale. Le sorrido, la scelta è obbligata. La cameriera se ne va con la mia carta di credito, mentre G. e la ragazza si alzano. Mi arriva un SMS. L’addebito della carta di credito. Cinquecento euro. Guardo G. che si allontana, appoggiando la mano sul culo della sua conquista. Ho in mano il cellulare. Il mio cellulare da 400 euro con una fotocamera da 4 megapixel. Ci penso qualche secondo. C’è poca luce, ma sono fortunato. Nel momento in cui scatto la foto i due passano sotto a un faretto e G. si volta di profilo per baciare il collo alla ragazza. L’immagine è nitida. Lui è riconoscibile. Lei è nuda. La mia carta vincente, il mio piano B. Guardo soddisfatto il display del cellulare, salvo la foto.

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