LE DIABLE

le diable

Sono ancora in pista. La serata con G. mi salverà il culo. Chiuderò il deal, porterò i miei risultati.
Faranno fuori E., salveranno me.
Sto pensando a questo, mentre entro in sala operativa. Oggi sono negli uffici di Londra. Ho preso il primo volo del mattino. Quello delle sei e cinquanta. Quello dei banker. Di quelli come me. Quelli con i vestiti grigi, come le nostre facce. Il volo era mezzo vuoto e ha avuto due ore di ritardo. Londra ci ha accolto con un vento freddo e teso. La notizia di un’altra banca sull’orlo del baratro è comparsa sui nostri Blackberry mentre salivamo sui taxi.
Quando mi siedo di fronte al computer, sono le dieci passate. Il desk di fianco al mio è vuoto. Fino a qualche settimana fa c’era N., seguiva la Grecia. Oggi non c’è neanche più la sua sedia. Lo schermo è nero, la scrivania vuota. Non ha mandato nessuna mail di saluti.
Aspetto che il mio computer si avvii. Ci mette un po’ più del solito. Per un attimo penso che non partirà del tutto. Penso che l’abbiano bloccato, e che adesso mi chiameranno al quinto piano quelli del personale.
Please leave the building.
La fine della mia agonia.
Il computer alla fine si avvia. Appare il logo della banca, su sfondo azzurro. Sono ancora in pista.
Sento una mano sulla mia spalla. Mi volto, è S., il mio capo, la sua solita faccia sbattuta. Non sapevo che oggi fosse anche lui a Londra.
“Dobbiamo parlare” mi dice.
Dobbiamo parlare di F.M., del castello di palle che ho costruito per cercare di chiudere un deal. Mi sono preparato per questo. Nessun problema, penso.
“Dammi due minuti” rispondo, mentre apro la posta elettronica.
“Adesso” mi dice S.
Mi sta guardando con i suoi occhi tristi.
“Ok” rispondo.
Mi alzo, lo seguo attraverso la sala. Noto altri desk vuoti, c’è silenzio, lo stesso silenzio di tutti i trading floor in questo periodo. Il silenzio di chi sta guardando il baratro e aspetta di essere inghiottito.
Entriamo in una sala riunioni, l’acquario, come lo chiamano. Pareti di vetro insonorizzate, vista sul Tamigi e sul trading floor. Mi siedo a un capo del tavolo. Osservo le acque sporche del fiume che attraversano la città.
“Hai sentito di E.?” mi domanda S. mentre compone un numero sulla tastiera della videoconferenza.
Devo avere una faccia sorpresa. S. mi guarda, scuotendo la testa. I suoi occhi sono un po’ meno tristi.
“No, non ho sentito di E.” rispondo, mentre sullo schermo appare il Diavolo, seduto alla sua scrivania. Il suo volto pallido e appuntito, i suoi occhi azzurri, i suoi capelli neri.
“Buongiorno” dice lui con il suo accento francese.
J.L., il capo della divisione derivati della banca. Il Diavolo, le Diable, el Diablo, the Devil. Ogni team lo chiama in maniera diversa. Le Diable è francese, ha quarantacinque anni, da cinque è il grande capo. Le Diable parla italiano meglio di me. Era un trader, il migliore. Non ha mai sbagliato un colpo. Ogni anno un gradino più in alto nella catena alimentare. Cinque anni fa il suo predecessore è morto in un incidente stradale. L’ultimo gradino, più in alto del Diavolo ora non c’è più nessuno.
Si rivolge a S., sorridendo.
“Fai i complimenti a E. da parte mia”.
Ancora la mia faccia sorpresa. S. si volta verso di me.
“E. ha chiuso un deal stamattina” mi dice.
Salveranno E., faranno fuori me.
“Quanto abbiamo fatto?” domanda le Diable.
“Un paio di milioni di revenue” dice S. guardando lo schermo.
Non è possibile, penso. Non è possibile.
“Bien, bien” commenta le Diable soddisfatto. Ho l’impressione che non mi tolga gli occhi di dosso.
“E tu?” mi domanda.
Io non ho un goccio di saliva. Cerco di inumidirmi le labbra. Incomincio a raccontare del deal con F.M. quando S. mi interrompe.
“Il deal per cui ti sei inventato la storia del rifinanziamento giusto?”
Mi stanno umiliando. Si stanno godendo il momento.
Guardo S., deve aver raccontato tutto a J.L.
Devo cercare di uscirne.
“Datemi un paio di giorni” dico a entrambi.
“Quanto pensi di farci?” domanda le Diable.
Meno di due milioni, penso, molto meno.
“Più di due milioni, questo è sicuro” rispondo guardandolo dritto negli occhi.
“Niente rifinanziamento, tranquilli” aggiungo.
Trasmetto sicurezza. Credetemi.
S. mi crede. Le Diable mi guarda. Sta cercando di capire. Lo guardo anch’io, con la faccia di chi non gli racconterebbe mai una stronzata.
Credimi.
Alla fine si convince anche lui.
“D’accordo” conclude.
Mi alzo, sto per uscire dalla sala, quando le Diable mi chiama per nome. Fino a una anno fa mi chiamava The Money Machine, ora non più. Ora sono uno dei tanti. Ora sono un perdente. Mi volto verso lo schermo.
“Quattro settimane e chiudiamo l’anno” dice “lo sai vero?” domanda.
Sento puzza di zolfo. Cerco di sorridere. Certo che lo so. Quattro settimane e sarà tutto finito, in un modo o nell’altro.
Esco dall’acquario, attraverso la sala operativa, prendo l’ascensore. Scendo al piano terra, sono in camicia, ma esco lo stesso dall’edificio.
Al vento si è aggiunta la pioggia, sottile, tagliente.
Vado verso il fiume, a poche centinaia di metri dall’ingresso della banca, al di là della strada. Mi appoggio alla ringhiera, guardo l’acqua marrone del Tamigi.
Un respiro profondo, poi vomito il caffè di questa mattina. Vomito bile. Vomito insulti. Vomito bestemmie. Il fiume si porta via tutto quanto. Mi pulisco la bocca con il polsino della camicia. Sono ancora in ballo, non è ancora finita.
Prendo il cellulare. Mando un SMS a G.
Dobbiamo parlare, scrivo.
Vorrei allegare la sua foto con la negretta dell’altra sera, non lo faccio. Non ancora, penso, non ancora.

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