UNO, CENTO, MILLE EDITORI

15 aprile 2007

Caro diario,

come certo tu sai, sono maggiorenne ormai da un mese.
Ho trascorso questi primi giorni da diciottenne aspettando una telefonata, una mail, una raccomandata. Il manoscritto spedito con posta prioritaria il giorno del mio compleanno deve essere certamente arrivato sulla scrivania dell’editor della casa editrice Filangeri. L’editor avrà certamente aperto la busta, letto il titolo sulla prima pagina del plico di fogli. Poi con voracità avrà attaccato le prime pagine. Immagino notti insonni, tazze di caffè, fazzolettini di carta bagnati di lacrime.
Ma chi voglio prendere in giro caro diario. Chiara mi aveva avvertito di non farmi illusioni.
È passato più di un mese e nessuno mi ha contattata.

uno_cento_mille_editoriQuesta mattina in classe ho confidato alla professoressa di lettere di aver spedito un mio manoscritto a un’importante casa editrice. Lei ha sempre incoraggiato le mie ambizioni e ho pensato che un suo consiglio mi poteva essere certamente utile. Mi sono guadagnata una predica di circa quaranta minuti!
Io e lei all’uscita di scuola, ferme nel parcheggio delle biciclette, mentre tutte le mie compagne di classe ci passavano accanto fissandoci e guardandomi con disapprovazione, come si guarda la cocca della maestra. Io e lei lì mentre i ragazzi ci passavano accanto lanciando occhiate al suo culo sodo nei jeans.
Ma che ci posso fare? Me la sono cercata da sola questa figura di merda in diretta scolastica. La professoressa di lettere mi ha interrotto prima che potessi terminare la mia parte di giovane scrittrice incompresa e ha cominciato a insultare la mia ingenuità e la mia arrendevolezza.
Non si può mollare il colpo dopo una sconfitta.
Non si può scalare una montagna attraverso un unico sentiero.
Avevo rinunciato troppo presto al mio sogno abbandonandomi all’autocommiserazione. Ero stata ingenua nel pensare che al primo tentativo avrei potuto ottenere subito un risultato positivo.

Uno, cento, mille manoscritti.
Uno, cento, mille editori.

Dovevo insistere. Crederci. Continuare a sperare.
Era come se un secchio di acqua gelata mi avesse risvegliata da un sonno profondo. Quella donna di 35 anni mi stava prendendo a schiaffi ma dentro di me sentivo che quegli schiaffi li avrei restituiti al mondo. Avrei voluto abbracciarla, stamparle un bacio sulla guancia, passarci un pomeriggio, abbracciate a raccontarci la vita.
Poi improvvisamente è arrivata Chiara che ha sorriso e mi ha detto che sua madre ci aspettava per pranzo: rigatoni al sugo.
E ai rigatoni al sugo della mamma di Chiara non si può certo fare aspettare.
Mentre il motorino di Chiara sfrecciava veloce verso casa, mentre i crampi per la fame cominciavano a farsi sempre più insistenti, ho ripensato alle parole della mia professoressa di lettere.
Ho provato un senso di vertigine e ho stretto forte le braccia intorno alla vita di Chiara. Ho toccato la pelle della sua pancia dove il giubbotto troppo corto la lascia scoperta. Ho appoggiato la testa sulla sua schiena.

Lei non lo sapeva ma io la stavo abbracciando.

Non cercavo il suo corpo per evitare di cadere dal motorino. Cercavo un abbraccio.
In quel momento ho desiderato che il motorino non si fermasse più e che continuasse a correre all’infinito.


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