10 GOCCE DI EN PRIMA DI SCENDERE IN CAMPO

numero12_depressioneMattinata di tutto relax, passata a letto a smaltire i postumi di un pestone preso ieri. Nulla di grave, per fortuna. Anzi, solo chi gioca riceve pestoni e io sono già due partite di fila che gioco…

La suoneria del cellulare. Every Breathe You Take dei Police si fa sentire dalla mensola sotto lo specchio del bagno. Devo averlo lasciato lì ieri notte. Merda, mi tocca alzarmi. La tentazione di prendermela comoda è forte ma potrebbe essere qualcosa di interessante. E infatti.

Carlo, leggo sullo schermo. Carlo è il mio procuratore. Un pesce piccolo, che comunque vive molto bene grazie alla scuderia che ha messo su in una decina d’anni di paziente lavoro. Non mi posso lamentare di lui: non ha mai cercato di fregarmi, almeno credo, e comunque i grossi procuratori non si sono mai davvero interessati a me. Un po’ all’inizio, forse. Poi, quando si è capito che sarei sempre rimasto uno dei tanti (e che i miei guadagni sarebbero stati una conseguenza della mia mediocrità) hanno mollato il colpo. Con me il gioco non valeva la candela. E sono finito con Carlo.

“Come stai? Due di fila eh…”
Ho già capito dove vuole andare a parare.
“Senti, che ne dici se in settimana chiamo il presidente?” Eccolo qua, infatti. “Tanto lo devo sentire per gli auguri di Natale, gli butto lì che hai il contratto in scadenza. Lui lo sa benissimo eh…ma almeno glielo ricordiamo.”
A giugno di quest’anno scade il contratto. Se non me lo rinnovano dovrò trovarmi un’altra squadra. Alla mia età non è facilissimo. Ho letto nei giorni scorsi che nei prossimi anni gli stipendi dei calciatori sono destinati a scendere del 20 per cento. Ci farei la firma, ma non è questo il problema. Il problema è che per quelli a fine carriera come me diventerà ancora più difficile.
“Hai ragione”, gli dico, “chiamalo senz’altro, e poi fammi sapere cosa ti dice.”
“Okay Numero 12, sta’ tranquillo che lo portiamo a casa anche stavolta”, conclude lui con un tono che mi sembra davvero convinto. Lui sembra convinto. Io invece quando metto giù sento una vampata di calore. Veloce, velocissima, sparisce subito. Ma è il segnale.

Di nuovo quell’ansia, di nuovo i sintomi di un malessere che mi ha colto per la prima volta quando ancora pensavo che avrei giocato in nazionale, quando ancora in molti, io per primo, puntavano su di me. Si chiama depressione. Fra alti e bassi ne soffro da nove anni.

Nei giorni scorsi ho letto che anche Bobo Vieri, così come Buffon, ci è passato. A quelli a cui non è mai capitato sembra impossibile. Come fa un calciatore a essere depresso con tutti i soldi che guadagna? Lasciamo stare che in quel periodo Vieri prendeva 1500 euro al mese (una cifra che un quarto degli italiani che lavorano non raggiungerà comunque mai). Nel contratto c’erano anche 100mila euro per ogni gol segnato: ha segnato solo due gol e si è comunque portato a casa 200mila euro. I soldi, la fama, la bella vita non c’entrano niente. A Buffon cosa mancava? Niente. Eppure.

Nemmeno a me mancava niente il giorno in cui, per la prima volta, ho capito che qualcosa non andava. Era anche allora un lunedì, il giorno di riposo. A un certo punto mi resi conto che non ero più sicuro di niente. Mi avrebbero rinnovato il contratto? Avrei potuto ancora giocare in Serie A? Sarei riuscito a comprare la casa che avevo promesso ai miei genitori? Davvero sarei riuscito a evitare di fare un lavoro “vero”? Domande a cui improvvisamente mi ritrovai a rispondere con una serie di “no”. Sarebbe finito tutto, lo sentivo, ne ero sicuro. Tutto quello che il giorno prima mi sembrava facile e scontato, di colpo non lo era più. Il film, interamente scritto da me e girato unicamente nella mia testa, era partito. Niente contratto, un paio d’anni di B e poi l’incubo del semiprofessionismo: l’anticamera dell'”andare a lavorare”. Niente casa per i miei. Avrei smesso di fare la bella vita, anche se questa era la cosa che mi preoccupava di meno. Quella notte non chiusi occhio. Quella successiva riuscii a dormire solo perché ero sfinito.

La botta di culo fu la scelta di parlarne con il medico sociale. Avevo sentito parlare di un compagno che, l’anno prima, era rimasto vittima di una specie di attacco di panico. Pareva che il medico sociale avesse risolto tutto. In effetti il compagno sembrava la persona più tranquilla del mondo. “Vai dal dottor A.”, mi disse il medico della squadra, dandomi un numero di telefono e dicendomi di chiamarlo appena possibile. Quando vidi che era uno psichiatra ci rimasi male. Non pensavo certo di essere matto. Solo conoscendolo capii che l’immagine che mi ero fatta degli psichiatri era un tantino esagerata. A. si fece raccontare quel che mi preoccupava, mi fece un sacco di domande sulla mia vita da calciatore e mi disse che, secondo lui, per un po’ avremmo dovuto vederci una volta alla settimana. “Poi vediamo come va”, disse. Gli risposi subito di sì, avrei detto di sì a qualunque cosa pur di tornare a star bene. Mi disse che la mia era una forma non grave di depressione. Depressione. Credevo capitasse solo ai deboli, a chi non ha le palle per affrontare la vita. Io di certo non pensavo di essere così.

Mi disse di prendere due medicinali. “Il Seroxat“, mi spiegò, “serve a regolare l’afflusso di serotonina al suo cervello e quindi a migliorare il suo umore, mentre l’En va preso per combattere l’ansia”. Scrisse anche un biglietto per il medico sociale in cui lo avvertiva dei nostri futuri incontri e delle medicine prescritte. Da allora le cose vanno molto meglio ma dalla depressione non si guarisce mai completamente, purtroppo. E’ una malattia, e quindi ci sono le ricadute. Come quella di oggi. Dieci minuti fa ero la persona più tranquilla del mondo, poi Carlo mi ha chiamato e il mio cervello si è messo ad andare a mille all’ora. Mi sembra di vivere in un incubo, un incubo che già conosco. Magra consolazione. Al momento il modo di uscirne mi sembra uno solo: mettere una firma su quel maledetto contratto. Guadagnare un altro anno di tranquillità. E’ capitato a Buffon all’apice della carriera, è così strano che capiti a un Numero 12? Il sapore dolciastro dell’En non si porterà dietro la serenità, già lo so. Starò un pochino meglio, ma lo star bene è un’altra cosa. Devo chiamare A., speriamo mi possa ricevere prima di Natale. E devo mettere una firma su quel cazzo di contratto.

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