QUELLO CHE NON DOVEVO VEDERE

quello_che_non_dovevo_vedere

20 aprile 2007

Caro diario

Oggi ho visto qualcosa che non dovevo vedere.
Avevo un appuntamento con l’editor di un’importante casa editrice.
Come ho fatto ad ottenerlo? Con una raccomandazione. La professoressa di lettere ha chiamato un suo amico giornalista ed è riuscita a procurarmi il contatto.
L’appuntamento era per le tre e mezza. Sono arrivata alle tre e un quarto. Il palazzo della casa editrice era enorme. Quasi come un centro commerciale. Ho aspettato qualche minuto fuori, ho masticato una gomma alla menta per profumarmi l’alito. Continuavo a strisciare le mani sui pantaloni di cotone per asciugare il sudore. Mi sono sentita un disastro. Ho controllato di avere tutto l’occorrente in borsa. Il manoscritto? Sì. La moleskine? Sì. La penna? Sì.
Ho sputato la gomma da masticare e alle tre e ventotto sono entrata nel palazzo. Alla reception c’erano due signori in uniforme, tipo portieri d’albergo. Mi hanno pregato di attendere un momento. Uno di loro ha fatto una telefonata e ha comunicato la mia presenza. Poi mi ha chiesto un documento e mi ha consegnato un pass. Attimi di celebrità, caro diario. Un pass per scorrazzare liberamente nel palazzo di uno dei due gruppi editoriali più importanti d’Italia. Ho passato i tornelli. Ho sperato che nell’ascensore ci fosse uno specchio per controllare il mio aspetto. Non c’era. Pazienza. Quando le porte dell’ascensore si sono riaperte, una signora di circa 40 anni mi attendeva sul pianerottolo. Si presenta, è la dottoressa F. Le stringo la mano, balbetto il mio nome e cognome, la ringrazio per la possibilità. Siamo entrate in un grande stanzone, un open space con molte scrivanie, computer, persone. Siamo passate di fianco alle scrivanie ma nessuno sembrava fare caso a noi, come se quello che stava per succedere fosse una pratica comune, normale amministrazione. Io invece mi sentivo una star. La scrivania della dottoressa F. era piena di fogli, libri che ho già visto negli scaffali della Feltrinelli, molte copertine. Mi ha chiesto di me: che cosa faccio nella vita? che cos’ho da proporle? Mi ha detto che è un buon momento per le giovani scrittrici. Che gli editori buttano fuori romanzi rosa di adolescenti. Mi ha detto però che fenomeni editoriali come quelli di Melissa P. o di Pulsatilla sono difficili da ripetere. Che i cloni editoriali si sprecano. Loro sono alla ricerca di storie forti, originali e soprattutto credibili. L’autrice deve essere anche un personaggio in grado di vendere, attraverso se stessa, la propria creazione. Mi ha chiesto se ho un blog. Mi ha fatto notare che non sono molto connotata fisicamente. Non ho un look ben definito. Oggi per esempio vanno molto di modo le ragazzine e i ragazzini emo.
Poi le racconto il mio romanzo sforzandomi di essere breve ed esauriente allo stesso tempo. Ma la dottoressa F. mi interrompe per chiedermi se è autobiografico, se la protagonista sono io. Rispondo di no. Le leggo una smorfia in volto. Mi accorgo di aver dato la risposta sbagliata. Mi dice che leggerà sicuramente il manoscritto. La storia della ragazza che vuole cercare i propri genitori biologici e parte per un viaggio on the road lungo la penisola insieme alla sua amica del cuore non è affatto male. E qui ho preso coraggio. Ma funzionerebbe certamente di più se io fossi veramente una ragazza adottata. E sono ricaduta nello sconforto. Comunque mi saprà dire. Ci salutiamo. Quindici minuti di colloquio. Lei ha sorriso poco. Io sono uscita dall’incontro terrorizzata. Ho raggiunto l’ascensore. Non capivo niente. Non riuscivo a giudicare. Ho anche schiacciato il bottone sbagliato. E sono salita fino all’ottavo piano. Quando le porte dell’ascensore si sono aperte, della gente aspettava che io uscissi per poi entrare. Ho finto di dover uscire perché mi vergognavo del mio errore. Ho pensato di prendere le scale perché un po’ di movimento mi avrebbe fatto bene.
Ma non le trovavo. Ho preso un corridoio. Sono passata davanti ad alcuni uffici. Una porta era semiaperta. Ho visto un uomo di spalle, con i capelli bianchi mentre baciava una donna dai capelli biondi. Ho incrociato gli occhi di lei. Ho riconosciuto Marta Calmasi, la mia scrittrice preferita. Poi ho allungato il passo, sperando di non essere stata vista da nessuno. Ho raggiunto la fine del corridoio, ho sbattuto il corpo contro il maniglione antipanico del portone rosso, ed ecco finalmente le scale e con esse la mia via di fuga da quella situazione imbarazzante. In metropolitana ho ripensato alla scena del bacio. Ho visto davanti ai miei occhi la testa bianca di quell’uomo mentre baciava Marta Calmasi. Ho quasi dimenticato l’incontro con la dottoressa F., i suoi dubbi sulla mia storia. Quando sono uscita dalla metropolitana mi sono arrivati due sms. Il primo della mia amica Chiara: “Come è andato il colloquio? Fammi sapere. Baci”. Il secondo mi avvisava della presenza di un messaggio nella segreteria telefonica. Ho composto il numero per l’ascolto. Era la dottoressa F. che mi chiedeva di essere richiamata perché aveva urgentemente bisogno di parlare con me.
Ho avuto paura. Ho ancora paura. Perché mi ha cercata così presto? Che sappia qualcosa di quel che ho visto? Cosa c’entro io con quel che è successo in quell’ufficio?

Leggi gli altri episodi del diario

Annunci