OTTO ANNI CHE NON SENTO LA SUA VOCE

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Mi guardo allo specchio.
Aloni neri intorno ai miei occhi.
La mia faccia sta cadendo a pezzi, come tutto il resto. Sono nel bagno di servizio di un palazzo storico del centro. La banca ha organizzato una conferenza. Professori universitari, economisti, giornalisti, riuniti in una sala affrescata e pagati per dire che va tutto bene. Nei giorni scorsi abbiamo mandato inviti a tappeto a tutti i clienti. Hanno risposto in pochi. Siamo riusciti a riempire giusto le prime file.
Sento la porta del bagno aprirsi. Nello specchio compare L.
La sua solita faccia, il suo solito sorriso. Mi fa un cenno con la testa.
“Mate, non ce la faccio più, di là è una palla tremenda”
Annuisco, in silenzio. Non ho voglia di parlargli.
L. controlla che in bagno non ci sia nessuno, poi chiude la porta a chiave.
“Ti vanno un paio di righe?” mi domanda, a bassa voce.
Lo osservo. Sono le due del pomeriggio. Oggi è l’ultima speranza che ho per parlare con G., convincerlo, con le buone o le cattive, a chiudere il deal. Lui è di là, che ronza intorno al buffet e alle cosce delle hostess.
L. vede che ci sto pensando.
“Dai amigo, fammi compagnia” mi dice, mentre tira fuori dal taschino della giacca una bustina di plastica.
Torno a guardare la mia faccia allo specchio.
Mi convinco che in questo momento è quello di cui ho bisogno.
“Ok” gli rispondo, fissandomi dritto negli occhi.
L. stende un paio di righe sul piano di marmo. Le prepara con il badge della banca.
Aspira la sua parte.
“Si accomodi dottore” mi dice allungandomi una banconota arrotolata.
Narice sinistra, aspiro la mia parte.
L. mi guarda. Si aspetta che gli faccia i compimenti per la qualità del suo acquisto. Conoscendo L. l’avrà comprata in qualche discoteca e sarà piena di lassativi e anfetamine.
“Allora?” mi domanda “buona vero?”
“Incredibile” gli rispondo, mentre controllo i miei occhi allo specchio. Mi sistemo il nodo della cravatta. Sono pronto. Esco dal bagno, lasciando L. in attesa che lo ringrazi per la riga. Sento la porta alle mie spalle richiudersi a chiave.
Entro nel salone della conferenza. Vedo S. e Le Diable, vicino al palco, che parlano con un professore universitario. Uno degli speaker del pomeriggio. Grandi sorrisi e pacche sulle spalle. Ho letto un articolo qualche mese fa, di quel professore. Si scagliava contro le banche di investimento, la finanza creativa e tutto il resto. Oggi se ne starà buono, questo è sicuro.
Cerco G.
Lo trovo al primo colpo, con un bicchiere di champagne in mano e gli occhi fissi sulla scollatura di una delle hostess. Gli tocco un braccio. Lui si volta. Ha gli occhi annacquati.
“Carissimo!” mi dice con il tono di voce di uno che si sta divertendo parecchio.
“Ti devo parlare” gli dico. “In privato” aggiungo, guardando la hostess.
Ci sediamo in una delle ultime file della platea. Andrà tutto bene, penso. Il mio cervello va a mille. Forse l’acquisto di L. non era così male.
“A quando la chiusura del deal?” domando sorridente, come se la cosa fosse sicura.
Lui sembra sorpreso. Si guarda in giro. Appoggia il bicchiere di champagne a terra.
“Guarda, stiamo studiando l’operazione, non posso darti una tempistica così, su due piedi”
Voglio una risposta, voglio una data, voglio che quella data sia domani. Ripeto la domanda. Questa volta non sorrido.
“A quando la chiusura del deal”
Lo guardo dritto negli occhi. Lui fissa il nodo della mia cravatta.
“No sul serio, non lo so” mi dice “primo quarter dell’anno prossimo, sicuro non prima”
Io mi appoggio allo schienale della sedia. Scuoto la testa. Non gli stacco gli occhi di dosso. Decido di andare fino in fondo.
“Ne ho bisogno prima della fine dell’anno”
Lui sorride. Un sorriso forzato.
“Non è proprio possibile” mi dice.
“Vedi di inventarti qualcosa”
“Ho le mani legate, sul serio” mi supplica.
Mi avvicino. Voglio che guardi i miei occhi.
“Non mi interessa” scandisco le parole “risolvi la cosa”.
G. scuote la testa. Non sa cosa dire. Decido di toccare il fondo. Prendo il cellulare. Immagini salvate. Il culo della negretta, la mano di G., la sua faccia grassa e sorridente. Metto la foto sotto il suo naso.
“Bella vero?” commento, mentre vedo le sue labbra socchiudersi.
G. mi guarda negli occhi, adesso.
“Cosa significa questo?” mi domanda. Ha un tono di voce che non mi aspettavo. Vuole fare il duro.
Significa che devi chiudere questa merda di deal entro la fine dell’anno. Questo vorrei dirgli, ma sento una mano sulla mia spalla. Mi volto, è S.
“La conferenza sta per ricominciare” mi fa notare S.
Lui non conosce G., un pesce troppo piccolo. Si presentano. G. ha la testa da un’altra parte, continua a guardarmi. Il mio cellulare è appoggiato sulla sedia tra me e G. Lui potrebbe raccontare tutto al mio capo. Potrebbe firmare la mia lettera di licenziamento. Non lo fa. Ci pensa, ma non lo fa.
“Io devo tornare in ufficio” dice G. con un filo di voce. Si alza, si sistema la giacca. Mi guarda, cerca di fare il duro.
“Ci sentiamo” dico alla sua schiena.
S. mi prende per un braccio.
“Devo dirti due parole”. Mi alzo, con la testa sono ancora a G., alla foto e a tutto il resto. Seguo S. fuori dalla sala conferenze, senza chiedermi cosa abbia di così importante da dirmi. Arriviamo nell’androne. Vedo Le Diable, il suo sorriso, i suoi occhi azzurri. Se ne sta andando, ha il cappotto addosso. Appena lo raggiungiamo mi dice un nome.
Me lo devo far ripetere.
Ho sentito bene.
Mi dice che questa persona è diventata la responsabile investimenti di una delle maggiori assicurazioni del paese.
“Sarebbe un cliente di E., ma da quanto mi risulta tu la conosci molto bene” mi dice, piantandomi gli occhi addosso.
Non so come le Diable faccia a saperlo.
“Ci aspettiamo grandi cose da questo cliente, fai valere il tuo fascino” mi dice S. strizzando l’occhio.
I due se ne vanno, lasciandomi solo in quell’androne.
Otto anni, penso, sono passati otto anni.
Ho bisogno di bere qualcosa. Torno verso la sala conferenze, Il buffet è di fianco all’ingresso. Mi faccio versare un bicchiere di champagne.
M., cerco di ricordare il suo viso. Lo ricordo fin troppo bene. Otto anni che non sento la sua voce.

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