QUELLO CHE SAREBBE POTUTO ESSERE

quello_che_sarebbe_potuto_essereUltimo giorno dell’anno.
Un giorno ancora. Un giorno.
Sono in ufficio, a Milano. Ci siamo solo io e S., in silenzio. Il management della banca ha deciso di darci due settimane in più per chiudere i budget. Abbiamo tempo fino al quindici di gennaio per salvarci. La cosa, in questo momento, non mi interessa.
M.
Oggi a pranzo. Sto cercando le parole da dirle. Mi alzo, ho appuntamento con lei tra dieci minuti in un bar sotto il suo ufficio. Mentre mi infilo il cappotto, S. si avvicina a me. Ha una presentazione in mano. Ha una busta nell’altra.
“Il prodotto dell’anno” mi dice allungandomi la presentazione, senza entusiasmo.
Guardo la busta. Guardo S.
“Un piccolo aiuto per chiudere il tuo deal” aggiunge.
“Cos’è” domando.
“Un’offerta di lavoro”
Vogliono comprarla.
Dentro a quella busta c’è un contratto. Due bonus garantiti, uno stipendio fisso da almeno duecentomila euro l’anno, come minimo. Non pensavo che le Diable potesse arrivare a tanto. Il calcolo è semplice. Se M. convince i suoi capi a chiudere il deal, la banca ci guadagna X. Assumere M., dopo che ha chiuso il deal, offrendole un pacco di soldi rispetto a quello che prende adesso, costa Y. X è maggiore di Y. L’offerta di lavoro è subordinata alla chiusura del deal.
Vogliono comprarla.
Prendo la busta. Me la infilo nella tasca interna del cappotto. Me ne vado, senza salutare S.
Lo sento sussurrare “Buon anno”.
Mi volto, lo vedo tornare al suo posto. Mi viene in mente il titolo di un libro che ho letto un secolo fa.
Triste, solitario y final.
Prendo l’ascensore, alla reception non c’è nessuno. Esco in strada, c’è aria di neve. Molti dei negozi sono chiusi. Decido di camminare. Il suo ufficio è a meno di cinquecento metri dal mio. Non l’ho mai incontrata, in questi anni.
Il bar è l’unica serranda alzata della via.
M. è l’unica cliente. È seduta di spalle, a un tavolino in fondo alla sala. Ha i capelli corti. Mi avvicino.
Cosa stai facendo?
Ancora quella voce. In fondo alla gola.
Mi siedo di fronte a lei. Non ci salutiamo. Non ce n’è bisogno.
“Sei in partenza?” mi domanda guardando il trolley, appoggiato di fianco alla sedia.
Annuisco.
“Per dove?”
“Non lo so” mento, con un filo di voce.
Arriva un cameriere. M. ordina un caffè, io prendo una birra.
M. ha una giacca nera e una camicetta bianca. Gli stessi occhi, la stessa pelle. Ha le labbra screpolate per il freddo. Vorrei poterla toccare.
Il cameriere torna con le ordinazioni.
“Ieri mi ha chiamato il tuo capo, il francese” riprende M., fissando il suo caffè.
Cosa stai facendo?
“Dovresti avere qualcosa per me” continua.
Non farti comprare.
“Non sarà facile convincere il comitato di investimenti, ma ci proverò” mi dice.
Non farti comprare, ti prego.
“Mi dispiace” le dico, guardandola per la prima volta negli occhi.
M. non reagisce.
“Ho detto mi dispiace” ripeto.
M. sospira, scuote la testa. Continua a fissare la sua tazzina.
“Sto con una persona da quattro anni, pensiamo di sposarci a giugno” lo dice tutto d’un fiato, come se volesse togliersi un peso.
“Ti ho aspettato” lo dice sottovoce, guardandomi negli occhi.
Vorrei poterla toccare.
Bevo un sorso della mia birra.
Mi chiedo come sono arrivato a questo punto. Seduto a un tavolino di un bar, il trentuno di dicembre, con di fronte a me quello che sarebbe potuto essere. M., la sua innocenza.
Dove ho sbagliato.
Quando.
Sono a un punto morto, nel mezzo di un buco nero. Un buco nero che si è inghiottito tutto quanto. Otto anni della mia vita. Libri che non ho letto, viaggi che non ho fatto, persone che non ho conosciuto.
Le mie competenze non servono a niente al di fuori di questo mondo. Non posso rivendermi da nessuna parte se non in qualche altra banca di investimento. Non ho vie d’uscita. È troppo tardi ormai.
“Non ho niente per te” dico a M.
Lei mi guarda. Annuisce. Mi sembra che sorrida.
“Devo andare” dico, alzandomi.
Mi infilo il cappotto. Vorrei prendere per mano M. e portarla via con me. Non posso. Le sfioro una spalla, andandomene. Esco in strada. Cammino, trascinandomi dietro il mio trolley. Lascio cadere sul marciapiede la presentazione del prodotto dell’anno e l’offerta per M.
Trovo un parcheggio per taxi. Chiedo di portarmi all’aeroporto. Sento il cellulare che vibra. Chiudo gli occhi.
È tutto a posto, verrò con te, ovunque tu vorrai andare. È tutto a posto. Non importa quello che è successo.
Vorrei leggere il nome di M. sul display. Vorrei che mi dicesse queste parole.
È le Diable, mi chiama dall’ufficio di Londra, riconosco il numero.
Non voglio sentire la sua voce.
Stiamo percorrendo il viale verso l’aeroporto. Abbasso il finestrino. Mi sento soffocare.
Il cellulare sta ancora vibrando.
Lo guardo, un’ultima volta.
Lo lascio cadere fuori dall’auto.
Sto facendo una cazzata. Sto facendo la cosa giusta.
Ascolto la mia voce, ancora una volta.
Vattene.
Vattene lontano.
Vattene, senza voltarti.

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