LA BUCA DELL’AGONIA

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Domenica sera. Sono a casa con Sabry. Stiamo cenando con pizza e patatine comprate alla rosticceria qui sotto, come una coppia normale, come quelli che al lunedì vanno a lavorare per davvero. Lei mi racconta del provino che ha fatto in settimana per una specie di reality che verrà trasmesso da una tv satellitare. L’idea è quella di radunare nella stessa casa le mogli e i mariti di gente più o meno famosa. Titolo di lavorazione: «Lei non sa con chi sto io». A me sembra una cazzata, ma preferisco non dirglielo. Anche perché lo sa benissimo anche lei, ma quando si decide di lavorare in televisione puntando sulla propria bellezza le strade da percorrere non sono molte e bisogna accontentarsi di quel che si raccatta.

Sento la suoneria di quel cazzo di gattino. E’ il cellulare di Sabry, ma dall’altra parte c’è Carlo, il mio procuratore. Ha cercato prima me ma il mio è spento. Mi aveva detto che in settimana avrebbe dovuto vedere il presidente per la storia del mio contratto, ma poi non mi aveva chiamato e io avevo fatto lo stesso, per paura di quello che avrebbe potuto dirmi. E infatti. «Ciao Numero 12, come stai? Ho parlato con il presidente.» Spara, Carlo, spara. L’ansia è già a mille. «C’è una novità. Potresti cambiare squadra». Cambiare squadra? Tutto pensavo in questo momento tranne che a cambiare squadra. Chi può avermi cercato?

La mano mi trema, mentre ascolto la voce di Carlo farsi rassicurante mentre pronuncia il nome di una società che occupa stabilmente la colonna di destra della serie B. E che in questo momento si trova in basso a destra. «Cazzo, Carlo, ma questi rischiano di finire in C.». In C, il cimitero degli elefanti per molti di noi, la buca dell’agonia per i calciatori a cui nessuno chiede più di fare la differenza. «Il presidente dice che non gli conviene più accollarsi il tuo ingaggio. Il contratto l’anno prossimo non te lo rinnova. Meglio cambiare subito e andare dove c’è qualcuno che ti vuole.»

Qualcuno è F., il primo allenatore che mi sbatté in faccia il fatto che sarei sempre stato un Numero 12. Me la ricordo ancora quella sua frase di tanti anni fa. «Ne ho visti tanti come te. Un po’ di soldi, un po’ di donne, la vita comoda. E i sogni che avevano da bambini? Svaniti.» Però sapeva che ero affidabile. Che non rompevo i coglioni. E infatti ha dato il suo ok al mio trasferimento.

Va bene a tutti: presidenti, allenatori, società. Manca solo un dettaglio: una firma che al momento non ho nessuna intenzione di mettere. «Devi pensare ai prossimi anni, non solo all’oggi. A giugno sei senza squadra, lì ti fanno firmare per quest’anno e il prossimo. Certo, dovrai ridurti l’ingaggio.» Quello sarebbe il meno. Sarebbe comunque un bel guadagnare rispetto a chiunque si fa il mazzo per tutta la vita. Il problema è un altro. Retrocedere in C significherebbe giocare un altro anno e poi rischiare di rimanere senza squadra per sempre. Avrò compiuto 34 anni. Vorrebbe dire smettere con il calcio. Per fare cosa? L’En non mi aiuta a calmare l’ansia, tanto meno a rispondere a questa domanda. Però col cazzo che firmerò.

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