STAVOLTA HO DETTO NO

contrattoFirma. Allenati. Prendi i soldi. Non rompere i coglioni. Fino all’altro giorno la mia vita (dovrei dire la mia carriera, ma tanto è la stessa cosa) si è retta su questi quattro pilastri. Fino all’altro giorno, perché stavolta è successo qualcosa.

E’ successo che non ho firmato. Non ho accettato la proposta di cambiare squadra. Non ho accettato il rischio concreto di finire in C. Nemmeno quando il presidente mi ha detto che a giugno col cavolo che mi rinnoverà il contratto, e che quindi avrei fatto bene ad accettare subito la cessione. A lui sarebbe convenuto: si sarebbe messo in tasca un po’ di soldi e avrebbe risparmiato sul mio ingaggio di quest’anno.

A giugno invece, sempre che io riesca a trovarmi un’altra squadra, non vedrà una lira. Per la prima volta ho avuto la sensazione di non essere un piccolo ingranaggio mosso da altri. Per la prima volta ho deciso io, anche se questa decisione rischia di costarmi carissima. Per la prima volta ho preferito rischiare, non so neanch’io perché. Per la prima volta mi sembra di riuscire ad accettare il fatto che a giugno possa finire tutto.

Però a rischiare la C non ci sono voluto andare. Ho preferito giocarmela. Tanto fra qualche anno finirà comunque, e allora tanto vale finire bene, evitando la buca dell’agonia del semiprofessionismo. In questo momento non sento nemmeno i maledetti sintomi della depressione, certo non sono sereno ma, chissà perché, mi sento più forte di prima.

Nei mesi che restano dovrò allenarmi e giocare, come sempre, coltivando la speranza che qualcuno mi voglia nella sua squadra. O che da noi cambi l’allenatore. Perché, questo è ovvio, l’allenatore aveva dato il suo ok alla mia cessione, e se il prossimo anno ci sarà ancora lui il rinnovo me lo posso sognare. Anche se il presidente dovesse cambiare idea.

«Sei un coglione» mi ha detto. «Sei un pirla» ha ribadito l’allenatore. I compagni nulla, perché tanto, che io ci sia o non ci sia, a loro non cambia nulla. E i tifosi non mi hanno certo cantato «Resta con noi, Numero 12». A pensarci bene non sono mai entrato in nessun coro, né qui né altrove.

Febbraio. Marzo. Aprile. Maggio. Potrebbero essere gli ultimi quattro mesi di pacchia. Poi forse solo problemi. Squadre che non mi vogliono. Rifiuti. Carlo, il mio procuratore, avrebbe voluto che accettassi la cessione. «Sei una testa di cazzo», mi ha detto uscendo dalla sede di quella che ancora per poco sarà la mia squadra.

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