LA SFILATA DEL CUORE

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Sabato si è svolto a Parigi il Gaypride. Mi piace andare a vederlo, anche se suscita in me sentimenti contrastanti.
Ogni anno è lo stesso, ma ogni anno è diverso. Quest’anno sono stato a due metri da Liza Minnelli, non succede tutti i giorni.
Mi piace perché è un’occasione rara per scattare foto a gente originale e stravagante. A volte anche troppo stravagante.
Ne approfitto per rifarmi gli occhi. Non meno di cinquecento mila persone sono presenti. Trecentomila saranno ragazzi, di cui centomila almeno sono gay. Mille, ma forse anche cinquemila, me li farei volentieri.
Purtroppo finisce sempre che torno a casa solo.
L’atmosfera è irreale. Si vedono coppie che si tengono la mano, che si baciano, che ridono e scherzano palpandosi il sedere o con la mano nel pantalone del compagno. Così per la via.
Si vede la felicità dell’essere insieme, e l’amore per l’altro. Sembra tutto così normale, sembra che mai in terra sia esistito un omofobo.
Ci sono carri che sono là per ricordarci che non è così. Che ci sono paesi in cui amare una persona del tuo sesso può costarti l’impiccagione. Ci ricordano come tanti diritti ci sono negati. Ci ricordano che siamo ancora considerati diversi. Ci ricordano che lo stato prende con piacere le nostre tasse, ma non permette alla persona amata di godere della pensione di reversibilità. Ci ricordano perché siamo arrabbiati.
Ragazzi vengono dalla periferia a fare la festa, anche se, nel loro ambiente naturale, quello del quartiere isolato e buio, dimenticato anche dalla polizia, se incontrassero una checca gli farebbero rimpiangere di essere nato. Eppure sono là, che ballano, scoordinati come molle rotte, a 10 centimetri dalle casse che sputano musica a tutto volume.
C’è gente che, con i vestiti più improbabili, si mette in posa ad ogni obiettivo che vede puntato addosso.
Non mancano ragazzi e ragazze, che mostrano parti dei loro corpi che, negli altri 364 giorni dell’anno, sarebbero considerate intime.
Corpi muscolosi o ridicoli ragazzini effeminati ballano sopra o dietro i carri con movenze a dir poco grottesche.
Ci sono genitori, madri e padri, con i loro bambini di dieci o dodici anni.
Spiegano loro quello che non capiscono. Che l’amore non ha sesso e il significato della parola omofobia. I bambini intercettano i preservativi lanciati da qualche carro e il padre li gonfia come fossero palloncini per farli giocare.
Il Gaypride è lì anche per farmi male. Per farmi capire quanto potrebbe essere bella la vita a due. A quello che perdo condividendo il mio tempo con la mia solitudine. Mi ricorda che sono un coglione quando scopo tanto per scopare. E mi ricorda che sfortunatamente so anche che sbaglierò di nuovo.
Mi ricorda che quando la solitudine è la mia sola altra metà, il sesso sarà l’unico modo per sentirmi apprezzato, anche se sono solo un buco di passaggio.
Mi dico che cambierò. Mi dico che c’è sempre tempo per cambiare. Io ogni tanto ci provo. Temo solo di non averne la stoffa.

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