LA CAREZZA E L’ARMA

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Dalle due del mattino in macchina, abbiamo parlato talmente tanto che non ero più sicuro di quello che sarebbe successo. Un’ora, forse quasi due, di parole in attesa. Mentre parlavamo ho evocato i miei sguardi della serata. Gli ho chiesto scusa se l’avessi messo a disagio. Non mi stavo scusando, era per poter poi dirgli che li trovavo molto belli. Non poteva più aver dubbi. Dopo un’eternità, quando la stanchezza stava per prendere il sopravvento sul desiderio, è arrivato il bacio. Insperato quanto atteso. Dolce e travolgente. Scomodo ma troppo piacevole. Io ero al posto di guida, lui al sedile passeggero. Col volante e le mie gambe lunghe non riuscivo a muovermi, lui invece poteva avvicinare il suo corpo al mio. Era la prima volta che baciavo qualcuno in macchina. Quanto è scomodo! Gli ho proposto quindi di spostarci sul sedile posteriore. Niente volante, niente cambio marcia, le mani potevano accompagnare i nostri movimenti in lente e dolci carezze più facilmente. All’inizio io lo baciavo sorridendo, quasi non riuscivo talmente era largo sulle labbra quel mio sorriso ebete. Sorridevo perché ero felice. Questa prima esperienza di relazione umana senza l’aiuto di un computer l’aspettavo da anni. Pensavo quasi che non fosse possibile, che non esistesse. Pensavo che io non ne fossi all’altezza, che non avessi i requisiti giusti. Invece, un ragazzo che avevo conosciuto per strada, tramite amici, mi stava baciando. Un vero Viagra per la mia autostima. Autostima, ad averne sempre. Speriamo duri. Mi sono rimesso a dieta, posso essere ancora meglio. Liberi nei nostri movimenti, ci siamo sbottonati le camicie ma avevamo ancora le magliette sotto. Ogni tanto le mani arrivavano ad accarezzare le pelli nude, strisciando abilmente sotto le T-shirts. L’ho visto trafficare con la sua mano attorno alla sua cinta. La situazione non era di quelle in cui mi viene voglia di fare altro. Personalmente preferisco il classico lettone matrimoniale ad una Fiat Panda. Gliel’ho fatto capire, e mi ha detto che stava solo allargando la cinta perché stava stretto. O lui ha mentito, o io ho fatto una figuraccia. Che importa! Riaprendo gli occhi, come riemergendo un istante da un sogno, che ti riporta poi tra le braccia di Morfeo, guardavamo le macchine passare, sperando che non si fermassero proprio vicino a noi. Dobbiamo aver passato più di un’ora a baciarci, toccarci, sentirci respirare e guardarci negli occhi. Da vicino ho notato che ha una bellissima pelle. Ma perché non si rasa in viso? Anche perché odio ritrovarmi i peletti della barba sulla lingua. Ci accarezzavamo dolcemente aspettando il momento di dirci addio. Ci eravamo appena riabbottonati le camicie, una macchina dei Carabinieri passa vicino, inverte la marcia e ci illumina con gli abbaglianti. Apro la portiera e mi chiedono se fosse successo qualcosa, visto che davanti non c’era nessuno e mentre noi eravamo dietro. Ho risposto che parlavamo. Non è stato un piacevole incontro. Avrei preferito terminare diversamente. Comunque era giusto un controllo di documenti. Lupo, tra l’altro, è figlio di un Carabiniere. Una sigaretta, e poi a letto. L’ho accompagnato davanti casa, un ultimo breve momento di passione fuggitiva e se ne è andato. Ho sorriso durante tutto il tragitto di ritorno verso casa. Tutto questo nella mia cittadina natale, in Italia. Ma perché son partito?

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