RICOMINCIO DA QUI

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Stankovic…goooool!!! A gridare è un ragazzino che avrà al massimo 12 anni, una felpa troppo grande che cade a metà coscia su gambe storte e sottili. Avevo promesso a me stesso che sarei stato lontano da campi e palloni ma quando vedo qualcuno che gioca non resisto: mi piazzo a bordo campo e mi metto almeno a guardare. Il campetto di questo oratorio è tenuto bene, mi vien voglia di entrare e dare anch’io due calci ma mi trattengo. Sono entrato in chiesa, non lo facevo da anni, per parlare con il Signore, per fare il punto della situazione. E anche per ringraziarlo, perché la mia vita da ex calciatore non è così brutta come me l’ero immaginata.

Niente rinnovo del contratto, niente proposte dall’estero: niente di niente. Ero un numero 12 che non interessava più a nessuno. E allora ho mollato tutto e sono tornato a vivere qui, in questa città del Centro Italia in cui ho giocato un anno e in cui un giornale a corto di fantasia potrebbe scrivere che ho segnato “il gol più bello”.

Vivo nella stessa città di Chiara, mia figlia. Ho il diritto, sancito per legge, di vederla, di passare del tempo con lei. Quando ho chiuso con il calcio mi sono subito chiesto cosa mi era rimasto e la risposta mi ha immediatamente riportato qui. Mentre uscivo dalla chiesa e mi avvicinavo al campetto mi è venuto incontro un prete con la faccia simpatica, che per età e fisico mi ha ricordato il Robert De Niro di Sleepers, quello che non esita a mentire in tribunale per salvare il culo ai suoi ragazzi. “Numero 12, sei tu, vero?” mi domanda. “Mi fa piacere vederti qui”. E poi parte subito con la proposta che non mi aspettavo: “Vedi, qui il calcio va molto. Che ne diresti di darmi una mano? I ragazzini li alleno io ma certo se ci fossi anche tu sarebbe tutta un’altra cosa…”. “Cazzo”, penso, “volevo starne lontano e il calcio non mi lascia in pace mai”. Però questo è un’altra cosa: non ci sono gli ultrà, i soldi, i procuratori. Solo bambini che sognano di essere Stankovic e tirano legnate nonostante gambette secche non proprio da calciatore. Chissà, quasi quasi accetto la proposta del don, tanto non ho niente da fare.

Intanto un pallone sbananato malamente da un tipetto con la testa rasata e la maglia del Milan con il nome di Kakà mi rotola tra i piedi. Lo alzo e lo calcio di collo pieno verso la porta. Il portierino neanche si muove. “Minchia che legna”, esclama un altro e poi mi guarda strano. “Ma lei è…”. Lei. Per loro sono un vecchio, o forse solo uno a cui si deve rispetto perché ha giocato in A. “Dai, dammi del tu”, gli rispondo, “posso fare due tiri?”

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