LA FINE DEL MONDO

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Dalla finestra della mia camera vedo il mare. Un mare verde, in tempesta, spazzato da venti di ponente. Il cielo è basso, grigio e piange lacrime fredde di pioggia antartica. Ogni giorno, verso sera, i raggi del sole trovano una strada obliqua attraverso le nubi. Riscaldano le montagne imbiancate e gli alberi piegati dal vento.
L’estate australe.
I cinquanta urlanti si fumano le mie sigarette.
Una voce antica mi canta una canzone sofferta.

La fin del mundo.
Di legno e argento.
Fucina di un sogno che riscalda il sole

Sono partito l’ultimo dell’anno.
Ho brindato al 2009 bevendo gin da una bottiglia per nani, diecimila metri sopra l’oceano atlantico.
Sono atterrato al mattino, in una città alla foce di un mare dolce. Ho dormito per un giorno intero, in un albergo per viaggiatori dietro la stazione.
Ho comprato dei vestiti e uno zaino. Ho regalato la mia valigia e il mio abito grigio a un uomo che cercava carta in mezzo alla spazzatura. Da un bar della stazione ho mandato una mail.
La mail diceva: “Vaffanculo”.
Ho preso l’ultimo autobus della sera per il sud.
Ho attraversato piane infinite.
Ho dormito in città senza senso.
Ho visto montagne che sembravano torri.
Ho ascoltato un ghiacciaio che urlava la sua rabbia.
Ho parlato una lingua che pensavo di non conoscere.
Ho spezzato le mie frasi con il nome di un rivoluzionario a cui hanno tagliato le mani.
Sono arrivato.

La fin del mundo.
Di legno e argento.
Qui riposa ora il mio cuore.

Ho preso una stanza in un piccolo albergo fuori città. Don Luis, il proprietario, mi ha chiesto da dove venivo. Gli ho raccontato la mia storia.
Lui non ha fatto domande. Ha tormentato in silenzio la sua barba bianca. Abbiamo bevuto una bottiglia di aguardiente.
Poi Don Luis mi ha detto che posso restare quanto voglio. Un mese, un anno, una vita.

La fin del mundo…
es cancion.
Realidad de amor.

Ho pensato a M.
Ho ripetuto il suo nome, in silenzio.
Ho mandato una lettera.
La lettera diceva: “Perdonami”

La fin del mundo.
es la historia misma.
de los que luchan por llegar a dios.

Don Luis mi ha portato a vedere un faro, la sua luce ha illuminato i miei occhi, cerchiati di nero.
Ho pianto i marinai perduti.
Lui ha guardato le mie lacrime.
La sua voce antica mi ha cantato una canzone sofferta:

La fin del mundo,
es un poco eso.
Donde el regreso siempre esta con vos.

(Le parole in corsivo sono di Oscar Fresedo e Astor Piazzola. Alcune di queste parole sono state liberamente tradotte da Bison Dele)

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QUESTA E’ L’ULTIMA PUNTATA DELLA PRIMA SERIE DI INSIDER TRADING. BISON DELE TORNERA’. ASPETTATELO

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QUELLO CHE SAREBBE POTUTO ESSERE

quello_che_sarebbe_potuto_essereUltimo giorno dell’anno.
Un giorno ancora. Un giorno.
Sono in ufficio, a Milano. Ci siamo solo io e S., in silenzio. Il management della banca ha deciso di darci due settimane in più per chiudere i budget. Abbiamo tempo fino al quindici di gennaio per salvarci. La cosa, in questo momento, non mi interessa.
M.
Oggi a pranzo. Sto cercando le parole da dirle. Mi alzo, ho appuntamento con lei tra dieci minuti in un bar sotto il suo ufficio. Mentre mi infilo il cappotto, S. si avvicina a me. Ha una presentazione in mano. Ha una busta nell’altra.
“Il prodotto dell’anno” mi dice allungandomi la presentazione, senza entusiasmo.
Guardo la busta. Guardo S.
“Un piccolo aiuto per chiudere il tuo deal” aggiunge.
“Cos’è” domando.
“Un’offerta di lavoro”
Vogliono comprarla.
Dentro a quella busta c’è un contratto. Due bonus garantiti, uno stipendio fisso da almeno duecentomila euro l’anno, come minimo. Non pensavo che le Diable potesse arrivare a tanto. Il calcolo è semplice. Se M. convince i suoi capi a chiudere il deal, la banca ci guadagna X. Assumere M., dopo che ha chiuso il deal, offrendole un pacco di soldi rispetto a quello che prende adesso, costa Y. X è maggiore di Y. L’offerta di lavoro è subordinata alla chiusura del deal.
Vogliono comprarla.
Prendo la busta. Me la infilo nella tasca interna del cappotto. Me ne vado, senza salutare S.
Lo sento sussurrare “Buon anno”.
Mi volto, lo vedo tornare al suo posto. Mi viene in mente il titolo di un libro che ho letto un secolo fa.
Triste, solitario y final.
Prendo l’ascensore, alla reception non c’è nessuno. Esco in strada, c’è aria di neve. Molti dei negozi sono chiusi. Decido di camminare. Il suo ufficio è a meno di cinquecento metri dal mio. Non l’ho mai incontrata, in questi anni.
Il bar è l’unica serranda alzata della via.
M. è l’unica cliente. È seduta di spalle, a un tavolino in fondo alla sala. Ha i capelli corti. Mi avvicino.
Cosa stai facendo?
Ancora quella voce. In fondo alla gola.
Mi siedo di fronte a lei. Non ci salutiamo. Non ce n’è bisogno.
“Sei in partenza?” mi domanda guardando il trolley, appoggiato di fianco alla sedia.
Annuisco.
“Per dove?”
“Non lo so” mento, con un filo di voce.
Arriva un cameriere. M. ordina un caffè, io prendo una birra.
M. ha una giacca nera e una camicetta bianca. Gli stessi occhi, la stessa pelle. Ha le labbra screpolate per il freddo. Vorrei poterla toccare.
Il cameriere torna con le ordinazioni.
“Ieri mi ha chiamato il tuo capo, il francese” riprende M., fissando il suo caffè.
Cosa stai facendo?
“Dovresti avere qualcosa per me” continua.
Non farti comprare.
“Non sarà facile convincere il comitato di investimenti, ma ci proverò” mi dice.
Non farti comprare, ti prego.
“Mi dispiace” le dico, guardandola per la prima volta negli occhi.
M. non reagisce.
“Ho detto mi dispiace” ripeto.
M. sospira, scuote la testa. Continua a fissare la sua tazzina.
“Sto con una persona da quattro anni, pensiamo di sposarci a giugno” lo dice tutto d’un fiato, come se volesse togliersi un peso.
“Ti ho aspettato” lo dice sottovoce, guardandomi negli occhi.
Vorrei poterla toccare.
Bevo un sorso della mia birra.
Mi chiedo come sono arrivato a questo punto. Seduto a un tavolino di un bar, il trentuno di dicembre, con di fronte a me quello che sarebbe potuto essere. M., la sua innocenza.
Dove ho sbagliato.
Quando.
Sono a un punto morto, nel mezzo di un buco nero. Un buco nero che si è inghiottito tutto quanto. Otto anni della mia vita. Libri che non ho letto, viaggi che non ho fatto, persone che non ho conosciuto.
Le mie competenze non servono a niente al di fuori di questo mondo. Non posso rivendermi da nessuna parte se non in qualche altra banca di investimento. Non ho vie d’uscita. È troppo tardi ormai.
“Non ho niente per te” dico a M.
Lei mi guarda. Annuisce. Mi sembra che sorrida.
“Devo andare” dico, alzandomi.
Mi infilo il cappotto. Vorrei prendere per mano M. e portarla via con me. Non posso. Le sfioro una spalla, andandomene. Esco in strada. Cammino, trascinandomi dietro il mio trolley. Lascio cadere sul marciapiede la presentazione del prodotto dell’anno e l’offerta per M.
Trovo un parcheggio per taxi. Chiedo di portarmi all’aeroporto. Sento il cellulare che vibra. Chiudo gli occhi.
È tutto a posto, verrò con te, ovunque tu vorrai andare. È tutto a posto. Non importa quello che è successo.
Vorrei leggere il nome di M. sul display. Vorrei che mi dicesse queste parole.
È le Diable, mi chiama dall’ufficio di Londra, riconosco il numero.
Non voglio sentire la sua voce.
Stiamo percorrendo il viale verso l’aeroporto. Abbasso il finestrino. Mi sento soffocare.
Il cellulare sta ancora vibrando.
Lo guardo, un’ultima volta.
Lo lascio cadere fuori dall’auto.
Sto facendo una cazzata. Sto facendo la cosa giusta.
Ascolto la mia voce, ancora una volta.
Vattene.
Vattene lontano.
Vattene, senza voltarti.

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METTERE LE COSE A POSTO

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Otto anni fa. Londra. L’inizio di tutto.
Ricordo.
Laureato con il massimo dei voti. La banca mi aveva pagato il biglietto aereo per Londra e un albergo di fianco all’ufficio. Due giornate di colloqui, l’ultimo, con le Diable. Avevo fatto vedere la mia fame di soldi, la mia ambizione, la mia sicurezza. Sales Assistant, sede di lavoro: Londra. Facevo parte del battaglione Tamigi. Così ci chiamavano. Quelli che per saltare il militare se ne stavano due o tre anni in Inghilterra.
Otto anni fa.
M., i suoi occhi grandi.
Ricordo.
Stavamo insieme da un anno. Quando ero partito le mancavano ancora un paio di esami. Poi mi avrebbe raggiunto. Questo era il piano. Ricordo il suo abbraccio, all’aeroporto. Il suo corpo sottile, la sua pelle bianca. Poi il suo sorriso. Le mie promesse, sussurrate mentre le accarezzavo i capelli. Andrà tutto bene. Le avevo detto. Andrà tutto bene. Le avevo ripetuto.
Sei mesi dopo la mia partenza il piano era andato a puttane.
Il padre di M. si era sentito male durante una partita di tennis. Era entrato in coma, era morto.
Ricordo.
La voce di M. al telefono che mi supplicava di tornare.
Ero a Londra da otto mesi, le cose andavano bene, le Diable mi adorava. Avevo un mio portafoglio clienti, chiudevo un deal dopo l’altro. Ero una macchina da soldi. Era settembre, si parlava già di bonus.
La voce di M., le sue lacrime.
Il funerale era di giovedì. Avevo promesso di esserci. Avevo giurato di esserci. Avevo prenotato il primo volo del mattino. All’aeroporto, avevo ricevuto la telefonata del mio miglior cliente. Era pronto a chiudere il deal dell’anno, quello che mi avrebbe aperto le porte del paradiso. Sarei diventato top producer della sala operativa. Avevo fatto i miei calcoli. Ero in coda per il check in. Due persone davanti a me. Non riuscivo a muovermi. Sapevo cosa era giusto fare in quel momento.
Lo sapevo.
Sapevo cosa era sbagliato fare in quel momento.
Ero tornato in ufficio, avevo chiuso il deal.
La sera avevo provato a chiamare M. Lei non aveva risposto.
Ricordo.
Andrà tutto bene, avevo pensato. Il giorno dopo lei mi aveva richiamato, solo per dirmi che ero una merda. Nient’altro. Fine della storia. Non avevo più cercato M., lei non aveva cercato me.
Otto anni. Otto anni e qualche mese.
Sto guardando il telefono. Sono le undici di mattina e lo sto guardando da un secolo. Le Diable vuole che fissi un appuntamento con M. e il suo grande capo il più presto possibile. Mancano pochi giorni a Natale. Devo darmi una mossa. E. non si vede più. Si è presa tre settimane di vacanza. Per stare con la famiglia, così mi hanno detto. La sala operativa è in silenzio, siamo rimasti in pochi. I pochi che ancora ci credono. Io non sono uno di quelli, ma non ho una famiglia con cui stare. Compongo il numero. Dieci cifre. Arrivo alla nona. Mi fermo, riattacco. Una voce nella mia testa mi chiede che cosa sto facendo. Me lo chiede da un paio di giorni.
Cosa stai facendo?
La voce mi dice altre cose.
Vattene.
Vattene lontano.

Vattene, senza voltarti.
Ieri ho ricevuto una mail da G.
Insulti, minacce di denuncia. L’ho cancellata. Ho guardato di nuovo la foto sul cellulare. La voce mi ha fatto un’ altra domanda.
Vuoi arrivare fino in fondo?
Le Diable mi sta addosso. Continua a chiedermi di M.
Devo darmi una mossa.
Compongo il numero, ancora una volta. Dieci cifre. Tutte e dieci.
M. risponde al terzo squillo. La sua voce fredda. Le dico il mio nome.
Silenzio.
Cosa stai facendo?
“Cosa vuoi?” la sua voce che mi colpisce in piena pancia.
Devo dire qualcosa. Qualsiasi cosa.
“Vorrei vederti”
“Perché?”
“Per parlare”
“Possiamo parlare al telefono. Cosa vuoi?”
Cosa voglio. Voglio non essere quello che sono. Vorrei non essere qui, adesso, al telefono con te.
Voglio essere all’aeroporto, otto anni fa. Non voglio partire, non voglio buttare nel cesso la mia vita inseguendo bonus e deals, voglio restare con te, voglio accarezzare i tuoi capelli, guardarti negli occhi, voglio che vada tutto bene.
“Voglio vederti” non riesco a dire altro. Sono un disco rotto. Voglio vederti.
“E’ passato molto tempo”
“Lo so, voglio vederti”
“Le cose sono diverse adesso”
“Lo so, voglio vederti”
“Vediamoci dopo Natale” la sua voce, meno fredda di prima.
“Quando?”
“L’ultimo dell’anno sono in ufficio. Possiamo incontrarci a pranzo”
“Ok”
Il telefono muto.
Nessuno dall’altra parte della cornetta.
Nessuno in sala operativa.
Mi alzo, voglio andare a casa. Mettermi a letto, dormire per dieci giorni.
Fino all’ultimo dell’anno. Il mio appuntamento. La mia ultima possibilità per mettere le cose a posto.
Una volta per tutte.

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OTTO ANNI CHE NON SENTO LA SUA VOCE

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Mi guardo allo specchio.
Aloni neri intorno ai miei occhi.
La mia faccia sta cadendo a pezzi, come tutto il resto. Sono nel bagno di servizio di un palazzo storico del centro. La banca ha organizzato una conferenza. Professori universitari, economisti, giornalisti, riuniti in una sala affrescata e pagati per dire che va tutto bene. Nei giorni scorsi abbiamo mandato inviti a tappeto a tutti i clienti. Hanno risposto in pochi. Siamo riusciti a riempire giusto le prime file.
Sento la porta del bagno aprirsi. Nello specchio compare L.
La sua solita faccia, il suo solito sorriso. Mi fa un cenno con la testa.
“Mate, non ce la faccio più, di là è una palla tremenda”
Annuisco, in silenzio. Non ho voglia di parlargli.
L. controlla che in bagno non ci sia nessuno, poi chiude la porta a chiave.
“Ti vanno un paio di righe?” mi domanda, a bassa voce.
Lo osservo. Sono le due del pomeriggio. Oggi è l’ultima speranza che ho per parlare con G., convincerlo, con le buone o le cattive, a chiudere il deal. Lui è di là, che ronza intorno al buffet e alle cosce delle hostess.
L. vede che ci sto pensando.
“Dai amigo, fammi compagnia” mi dice, mentre tira fuori dal taschino della giacca una bustina di plastica.
Torno a guardare la mia faccia allo specchio.
Mi convinco che in questo momento è quello di cui ho bisogno.
“Ok” gli rispondo, fissandomi dritto negli occhi.
L. stende un paio di righe sul piano di marmo. Le prepara con il badge della banca.
Aspira la sua parte.
“Si accomodi dottore” mi dice allungandomi una banconota arrotolata.
Narice sinistra, aspiro la mia parte.
L. mi guarda. Si aspetta che gli faccia i compimenti per la qualità del suo acquisto. Conoscendo L. l’avrà comprata in qualche discoteca e sarà piena di lassativi e anfetamine.
“Allora?” mi domanda “buona vero?”
“Incredibile” gli rispondo, mentre controllo i miei occhi allo specchio. Mi sistemo il nodo della cravatta. Sono pronto. Esco dal bagno, lasciando L. in attesa che lo ringrazi per la riga. Sento la porta alle mie spalle richiudersi a chiave.
Entro nel salone della conferenza. Vedo S. e Le Diable, vicino al palco, che parlano con un professore universitario. Uno degli speaker del pomeriggio. Grandi sorrisi e pacche sulle spalle. Ho letto un articolo qualche mese fa, di quel professore. Si scagliava contro le banche di investimento, la finanza creativa e tutto il resto. Oggi se ne starà buono, questo è sicuro.
Cerco G.
Lo trovo al primo colpo, con un bicchiere di champagne in mano e gli occhi fissi sulla scollatura di una delle hostess. Gli tocco un braccio. Lui si volta. Ha gli occhi annacquati.
“Carissimo!” mi dice con il tono di voce di uno che si sta divertendo parecchio.
“Ti devo parlare” gli dico. “In privato” aggiungo, guardando la hostess.
Ci sediamo in una delle ultime file della platea. Andrà tutto bene, penso. Il mio cervello va a mille. Forse l’acquisto di L. non era così male.
“A quando la chiusura del deal?” domando sorridente, come se la cosa fosse sicura.
Lui sembra sorpreso. Si guarda in giro. Appoggia il bicchiere di champagne a terra.
“Guarda, stiamo studiando l’operazione, non posso darti una tempistica così, su due piedi”
Voglio una risposta, voglio una data, voglio che quella data sia domani. Ripeto la domanda. Questa volta non sorrido.
“A quando la chiusura del deal”
Lo guardo dritto negli occhi. Lui fissa il nodo della mia cravatta.
“No sul serio, non lo so” mi dice “primo quarter dell’anno prossimo, sicuro non prima”
Io mi appoggio allo schienale della sedia. Scuoto la testa. Non gli stacco gli occhi di dosso. Decido di andare fino in fondo.
“Ne ho bisogno prima della fine dell’anno”
Lui sorride. Un sorriso forzato.
“Non è proprio possibile” mi dice.
“Vedi di inventarti qualcosa”
“Ho le mani legate, sul serio” mi supplica.
Mi avvicino. Voglio che guardi i miei occhi.
“Non mi interessa” scandisco le parole “risolvi la cosa”.
G. scuote la testa. Non sa cosa dire. Decido di toccare il fondo. Prendo il cellulare. Immagini salvate. Il culo della negretta, la mano di G., la sua faccia grassa e sorridente. Metto la foto sotto il suo naso.
“Bella vero?” commento, mentre vedo le sue labbra socchiudersi.
G. mi guarda negli occhi, adesso.
“Cosa significa questo?” mi domanda. Ha un tono di voce che non mi aspettavo. Vuole fare il duro.
Significa che devi chiudere questa merda di deal entro la fine dell’anno. Questo vorrei dirgli, ma sento una mano sulla mia spalla. Mi volto, è S.
“La conferenza sta per ricominciare” mi fa notare S.
Lui non conosce G., un pesce troppo piccolo. Si presentano. G. ha la testa da un’altra parte, continua a guardarmi. Il mio cellulare è appoggiato sulla sedia tra me e G. Lui potrebbe raccontare tutto al mio capo. Potrebbe firmare la mia lettera di licenziamento. Non lo fa. Ci pensa, ma non lo fa.
“Io devo tornare in ufficio” dice G. con un filo di voce. Si alza, si sistema la giacca. Mi guarda, cerca di fare il duro.
“Ci sentiamo” dico alla sua schiena.
S. mi prende per un braccio.
“Devo dirti due parole”. Mi alzo, con la testa sono ancora a G., alla foto e a tutto il resto. Seguo S. fuori dalla sala conferenze, senza chiedermi cosa abbia di così importante da dirmi. Arriviamo nell’androne. Vedo Le Diable, il suo sorriso, i suoi occhi azzurri. Se ne sta andando, ha il cappotto addosso. Appena lo raggiungiamo mi dice un nome.
Me lo devo far ripetere.
Ho sentito bene.
Mi dice che questa persona è diventata la responsabile investimenti di una delle maggiori assicurazioni del paese.
“Sarebbe un cliente di E., ma da quanto mi risulta tu la conosci molto bene” mi dice, piantandomi gli occhi addosso.
Non so come le Diable faccia a saperlo.
“Ci aspettiamo grandi cose da questo cliente, fai valere il tuo fascino” mi dice S. strizzando l’occhio.
I due se ne vanno, lasciandomi solo in quell’androne.
Otto anni, penso, sono passati otto anni.
Ho bisogno di bere qualcosa. Torno verso la sala conferenze, Il buffet è di fianco all’ingresso. Mi faccio versare un bicchiere di champagne.
M., cerco di ricordare il suo viso. Lo ricordo fin troppo bene. Otto anni che non sento la sua voce.

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COMPLIANCE

compliance

Oggi sarà una giornata di merda.
Sono tornato a Milano nel pomeriggio, dopo tre giorni a Londra passati a cercare di chiamare G. e a leggere mail di congratulazioni a E., per il suo deal di fine anno.
G. non mi ha risposto, non mi ha richiamato.
E. si sta godendo il suo momento di gloria.
Tra meno di un’ora ci sarà un brindisi per festeggiare la cosa. Champagne in bicchieri di plastica per tutti. Mi immagino la scena: S. farà il suo discorso, tutta la sala farà a gara per brindare con E., lei tirerà fuori il suo sorrisetto finto timido. Il solo pensiero di vedere oggi quel sorrisetto mi dà il vomito. Entro in sala operativa. E. non è al suo desk, anche S. non si vede in giro. Saranno in video conferenza con le Diable, a leccarsi il culo a vicenda. Su un tavolo, di fianco all’ingresso della sala, ci sono già pronte una decina di bottiglie di Veuve Clicquot.
Accendo il computer, apro il database delle operazioni chiuse. Da tre giorni muoio dalla curiosità di sapere quale cliente di E. dovrò ringraziare, quando mi sbatteranno fuori a calci. Ho accesso a questo database solo da Milano, non da Londra. Ci metto poco a trovarlo, le operazioni sono meno di una decina dall’inizio dell’anno.
Il cliente è un fondo gestioni. Uno di quelli piccoli. Uno di quelli che non facevano niente da anni. Fortuna, penso. Mi chiedo però perché chiudere questo tipo di operazione ora. Poi l’occhio mi cade in basso a destra dello schermo. L’operazione è stata chiusa tramite un veicolo. Una scatola vuota, di solito con sede in qualche isola sperduta nell’atlantico.
L’operazione ha senso ora.
Cose di questo genere si fanno per fottere il fisco in Italia, lo fanno in molti, di solito i grandi gruppi. Non tutte le isole sperdute vanno bene. Alcune sono nella black list e non si possono neanche nominare in una banca di investimento.
Compliance.
Bisogna stare attenti, quando si fanno queste operazioni. Interrogo il database per sapere il nome dell’isolotto sperduto. Esce il nome. Una campanella suona nella mia testa. Fine della ricreazione per E..
Isolotto sbagliato.
Apro il database del dipartimento compliance in un’altra finestra del computer. Consulto la black list, giusto per sicurezza. Non mi sono sbagliato, l’isolotto è stato inserito giusto un paio di settimane fa.
Vedo E. e S. uscire dalla sala riunioni. Facce sorridenti e soddisfatte. Mi alzo, S. sembra sorpreso di vedermi, mi saluta, ha la faccia molto meno triste del solito. E. si siede al suo posto, è di ottimo umore, mi chiede come sto.
L’operazione è stata chiusa tre giorni fa. La telefonata dovrebbe arrivare a momenti, penso.
Le rispondo che va tutto bene, le faccio i complimenti per il deal. La vedo in buona, decido di buttare l’amo.
“Da dove hai tirato fuori questa magia?” le domando, con tono di voce ammirata per il suo genio. Lei ci casca, S. sta ascoltando, fiero della sua campionessa. E. mi dice il nome del cliente.
“Non facevano niente da anni, come mai si sono svegliati adesso?” domando sorpreso.
“Questioni fiscali, abbiamo chiuso tramite un veicolo”
“Beh, complimenti di nuovo”.
Le sto leccando il culo. Manca ancora un pezzo però.
“Sede del veicolo?” domando.
E. mi risponde. L’isolotto a pagina due della black list. Faccio finta di pensarci su. Vorrei che questo momento non finisse mai.
“Non vorrei dire una cazzata” scandisco le parole “ma non è per caso entrato nella black list settimana scorsa?” domando, guardando S. dritto negli occhi.
Vedo le due facce di fronte a me diventare bianche come la mia camicia. Io sono ancora in piedi, ma vorrei accomodarmi sulla mia sedia, ordinare coca cola e popcorn, e godermi la scena. Resto in piedi. Vedo le labbra di S. pronunciare la parola “merda” senza emettere alcun suono. Vedo E. che cerca di aprire il database del dipartimento compliance. Le sue mani stanno tremando, ha difficoltà a premere i tasti. Il database ci mette una vita ad aprirsi. Cerco una frase per godermi ancora di più questo momento.
“Magari mi sbaglio…”.
Trovata.
Suona il telefono. In perfetto orario. È la linea del team, rispondo io al primo squillo tenendo gli occhi fissi su S.
E. si sta accanendo sul suo mouse nel tentativo di aprire il database.
Dall’altra parte del telefono c’è M., il capo dell’ufficio compliance di Milano.
Tutto come previsto.
Non ho mai visto M. in faccia. Credo lavori in questo palazzo, un paio di piani sotto, in qualche ufficetto con due, tre scagnozzi. In media ci mettono tre giorni per controllare le operazioni chiuse e dare la loro approvazione.
Niente approvazione, niente deal.
Mi chiede di E., lo metto in attesa. S. è in piedi di fronte a me, una statua di cera. E. mi sta fissando, ha gli occhi lucidi.
“E’per te” le dico “compliance” aggiungo.
E. prende la cornetta. La telefonata dura meno di due minuti. Lei dice solo “capisco” e “va bene”. Lo dice una decina di volte. Intanto il resto della sala ha capito che sta succedendo qualcosa. Tutti guardano verso di noi. In silenzio. E. riattacca, si accascia sulla sedia, si mette le mani sul viso. Le sue spalle iniziano a tremare. S. ha capito.
“Dobbiamo cancellare il deal?” domanda a E.
Lei non risponde.
“Dobbiamo cancellare il deal?” ancora, a voce più alta.
E. muove la testa, senza togliere le mani dal viso.
La risposta è sì.
S. tira un calcio alla cassettiera, sotto il desk.
“Sei una deficiente” dice a E., che continua a scuotere la testa.
“Sei una deficiente” le urla.
Nessuno in tutta sala muove un muscolo. Anche i computer vorrebbero essere da un’altra parte in questo momento.
Io no.
Sto bene dove sono.
Li osservo, mentre vanno a fondo.
Come me, con me.
Ora E. dovrà chiamare il suo cliente. Dovrà cancellare l’operazione. I suoi due milioni finiranno dritti nel cesso. La banca farà una figura di merda colossale. Un altro cliente perso, per sempre. Vorrei godermi anche la telefonata, ma ne ho avuto abbastanza per oggi.
Mi alzo, dico “vado a casa” ma non credo interessi a nessuno. Di fianco all’uscita ci sono le dieci bottiglie di Veuve Clicquot. Mi volto, tutta la sala sembra immobile. S. si è seduto e sta scuotendo la testa.
Prendo una delle bottiglie, me la infilo sotto il cappotto. Me ne vado. Domani si ricomincia. Tutti sulla stessa barca.

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LE DIABLE

le diable

Sono ancora in pista. La serata con G. mi salverà il culo. Chiuderò il deal, porterò i miei risultati.
Faranno fuori E., salveranno me.
Sto pensando a questo, mentre entro in sala operativa. Oggi sono negli uffici di Londra. Ho preso il primo volo del mattino. Quello delle sei e cinquanta. Quello dei banker. Di quelli come me. Quelli con i vestiti grigi, come le nostre facce. Il volo era mezzo vuoto e ha avuto due ore di ritardo. Londra ci ha accolto con un vento freddo e teso. La notizia di un’altra banca sull’orlo del baratro è comparsa sui nostri Blackberry mentre salivamo sui taxi.
Quando mi siedo di fronte al computer, sono le dieci passate. Il desk di fianco al mio è vuoto. Fino a qualche settimana fa c’era N., seguiva la Grecia. Oggi non c’è neanche più la sua sedia. Lo schermo è nero, la scrivania vuota. Non ha mandato nessuna mail di saluti.
Aspetto che il mio computer si avvii. Ci mette un po’ più del solito. Per un attimo penso che non partirà del tutto. Penso che l’abbiano bloccato, e che adesso mi chiameranno al quinto piano quelli del personale.
Please leave the building.
La fine della mia agonia.
Il computer alla fine si avvia. Appare il logo della banca, su sfondo azzurro. Sono ancora in pista.
Sento una mano sulla mia spalla. Mi volto, è S., il mio capo, la sua solita faccia sbattuta. Non sapevo che oggi fosse anche lui a Londra.
“Dobbiamo parlare” mi dice.
Dobbiamo parlare di F.M., del castello di palle che ho costruito per cercare di chiudere un deal. Mi sono preparato per questo. Nessun problema, penso.
“Dammi due minuti” rispondo, mentre apro la posta elettronica.
“Adesso” mi dice S.
Mi sta guardando con i suoi occhi tristi.
“Ok” rispondo.
Mi alzo, lo seguo attraverso la sala. Noto altri desk vuoti, c’è silenzio, lo stesso silenzio di tutti i trading floor in questo periodo. Il silenzio di chi sta guardando il baratro e aspetta di essere inghiottito.
Entriamo in una sala riunioni, l’acquario, come lo chiamano. Pareti di vetro insonorizzate, vista sul Tamigi e sul trading floor. Mi siedo a un capo del tavolo. Osservo le acque sporche del fiume che attraversano la città.
“Hai sentito di E.?” mi domanda S. mentre compone un numero sulla tastiera della videoconferenza.
Devo avere una faccia sorpresa. S. mi guarda, scuotendo la testa. I suoi occhi sono un po’ meno tristi.
“No, non ho sentito di E.” rispondo, mentre sullo schermo appare il Diavolo, seduto alla sua scrivania. Il suo volto pallido e appuntito, i suoi occhi azzurri, i suoi capelli neri.
“Buongiorno” dice lui con il suo accento francese.
J.L., il capo della divisione derivati della banca. Il Diavolo, le Diable, el Diablo, the Devil. Ogni team lo chiama in maniera diversa. Le Diable è francese, ha quarantacinque anni, da cinque è il grande capo. Le Diable parla italiano meglio di me. Era un trader, il migliore. Non ha mai sbagliato un colpo. Ogni anno un gradino più in alto nella catena alimentare. Cinque anni fa il suo predecessore è morto in un incidente stradale. L’ultimo gradino, più in alto del Diavolo ora non c’è più nessuno.
Si rivolge a S., sorridendo.
“Fai i complimenti a E. da parte mia”.
Ancora la mia faccia sorpresa. S. si volta verso di me.
“E. ha chiuso un deal stamattina” mi dice.
Salveranno E., faranno fuori me.
“Quanto abbiamo fatto?” domanda le Diable.
“Un paio di milioni di revenue” dice S. guardando lo schermo.
Non è possibile, penso. Non è possibile.
“Bien, bien” commenta le Diable soddisfatto. Ho l’impressione che non mi tolga gli occhi di dosso.
“E tu?” mi domanda.
Io non ho un goccio di saliva. Cerco di inumidirmi le labbra. Incomincio a raccontare del deal con F.M. quando S. mi interrompe.
“Il deal per cui ti sei inventato la storia del rifinanziamento giusto?”
Mi stanno umiliando. Si stanno godendo il momento.
Guardo S., deve aver raccontato tutto a J.L.
Devo cercare di uscirne.
“Datemi un paio di giorni” dico a entrambi.
“Quanto pensi di farci?” domanda le Diable.
Meno di due milioni, penso, molto meno.
“Più di due milioni, questo è sicuro” rispondo guardandolo dritto negli occhi.
“Niente rifinanziamento, tranquilli” aggiungo.
Trasmetto sicurezza. Credetemi.
S. mi crede. Le Diable mi guarda. Sta cercando di capire. Lo guardo anch’io, con la faccia di chi non gli racconterebbe mai una stronzata.
Credimi.
Alla fine si convince anche lui.
“D’accordo” conclude.
Mi alzo, sto per uscire dalla sala, quando le Diable mi chiama per nome. Fino a una anno fa mi chiamava The Money Machine, ora non più. Ora sono uno dei tanti. Ora sono un perdente. Mi volto verso lo schermo.
“Quattro settimane e chiudiamo l’anno” dice “lo sai vero?” domanda.
Sento puzza di zolfo. Cerco di sorridere. Certo che lo so. Quattro settimane e sarà tutto finito, in un modo o nell’altro.
Esco dall’acquario, attraverso la sala operativa, prendo l’ascensore. Scendo al piano terra, sono in camicia, ma esco lo stesso dall’edificio.
Al vento si è aggiunta la pioggia, sottile, tagliente.
Vado verso il fiume, a poche centinaia di metri dall’ingresso della banca, al di là della strada. Mi appoggio alla ringhiera, guardo l’acqua marrone del Tamigi.
Un respiro profondo, poi vomito il caffè di questa mattina. Vomito bile. Vomito insulti. Vomito bestemmie. Il fiume si porta via tutto quanto. Mi pulisco la bocca con il polsino della camicia. Sono ancora in ballo, non è ancora finita.
Prendo il cellulare. Mando un SMS a G.
Dobbiamo parlare, scrivo.
Vorrei allegare la sua foto con la negretta dell’altra sera, non lo faccio. Non ancora, penso, non ancora.

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IL PIANO B

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G. è seduto di fronte a me. Siamo in un ristorante giapponese in centro. È martedì sera, ha ordinato mezzo menu e un paio di bottiglie di vino.
Come sempre.
G. ha una macchia di caffè sulla camicia e un chicco di riso sulla giacca. G. è la mia ultima speranza. Il mio destino dipende dal suo grado di soddisfazione della serata. Lui si guarda intorno in continuazione, facendo scivolare i suoi occhietti sui corpi delle modelle che frequentano il locale. Il ristorante l’ha scelto lui, non certo per la cucina. Ingurgita bocconi di sushi infilzandoli con la bacchetta come spiedini.
“Allora come va?” mi chiede, appoggiando lo sguardo sul culo di una nera di due metri che passa di fianco al nostro tavolo.
Si aspetta che gli risponda male, la vita è una merda, sto per essere licenziato. Mi sorride. Oggi le azioni della banca per cui lavoro hanno perso il dieci per cento. Immagino che lui lo sappia.
“Si tira avanti” gli rispondo.
“Hai visto la presentazione che ti ho mandato?” vado al punto. Il motivo per cui questa sera mi toccherà sopportare la sua presenza.
“Non ancora” risponde, sempre con quel sorriso schifoso sulla faccia “parlamene tu”.
Il suo modo di umiliarmi.
Gli parlo del prodotto, mentre il suo sguardo continua a vagare per il locale. Non sta ascoltando. Non ascolta una parola di quello che dico.
“Cosa ne pensi?” gli domando quando ho finito il mio show.
“Non male, ci devo pensare” risponde lui svuotando il bicchiere di vino da cento euro a bottiglia come se fosse acqua di rubinetto.
“Riguardo al rifinanziamento dei nostri portafogli?” mi domanda, arrivando anche lui al punto.
“Ci sto lavorando, i miei capi a Londra sembrano d’accordo”.
La verità è che la mia banca non tirerà fuori un soldo per loro. I miei capi a Londra non sanno niente di tutta questa storia.
“Bene, tienimi aggiornato” mi dice lui, mentre la cameriera ci porta il conto.
“Ci pensi tu vero?”. Il suo momento di gloria. La battuta che lo fa sentire un uomo importante. Trecento cinquanta euro. Hanno aumentato i prezzi o G. ha scovato una bottiglia di vino più cara del solito. Allungo alla cameriera la carta di credito corporate della banca.
“Qual è il programma della serata?” G. ha la bava alla bocca. Vuole solo una cosa a questo punto. Gli allungo il biglietto da visita che L. mi ha dato. Lui storce la bocca e domanda del W. Gli spiego la situazione attuale del locale, cioè che per entrare dovremmo scavalcare i sigilli della polizia. G. sembra deluso.
“Fidati” cerco di rassicurarlo.
La cameriera torna con la carta di credito. Mi allunga lo scontrino. Autorizzazione negata.
Cazzo.
G. si gode il momento. Cerca una battuta ad effetto, non la trova, si limita a sorridere. Tiro fuori la mia carta di credito.
La cameriera torna dopo poco. G. non le toglie gli occhi dalla scollatura. Firmo e faccio chiamare un taxi. G. non riesce a smettere di sorridere.
In macchina restiamo in silenzio. Ricevo una mail sul blackberry. È di S., il mio capo. L’oggetto della mail è fin troppo chiaro:
Rifinanziamento?
Non la apro neanche. So già quello che è successo. F.M., il capo di G., deve aver chiamato S., chiedendogli chiarimenti riguardo a come abbiamo intenzione di salvare i suoi portafogli. S. sarà caduto dalle nuvole. Spero solo mi abbia retto il gioco. Domani pretenderà spiegazioni.
Domani. Mi inventerò qualcosa.
Spengo il blackberry.
Il locale è in una strada anonima e deserta, dietro alla stazione centrale. Non ci sono insegne, solo una porta rossa e un buttafuori. Entriamo. Veniamo accolti dal sorriso di una guardarobiera sui cinquanta. Inizio a dubitare che questo locale sia all’altezza del W. Ci sediamo a un divanetto di pelle rossa di fianco al palco. Siamo gli unici clienti. La cameriera in babydoll prende le nostre ordinazioni. Due gin tonic. In sala ci sono quattro ragazze. Mi sembra di riconoscerne una. Un secolo fa, al W. K., o qualcosa del genere. Così aveva detto di chiamarsi. Ci avevo fatto un giro. Un secolo fa, forse un’altra uscita con G., forse no. Aveva detto di essere moldava, che avrebbe smesso non appena avesse raccolto i soldi per tornarsene a casa. Dicono tutte così.
Inizia lo spettacolo. Solo per noi. G. si sistema sul divanetto mentre arrivano i nostri cocktail. Esce una ragazza di colore, vestita di bianco, con delle ali finte. Ali di angelo. G. perde la testa per le nere. Lo so, lo osservo, lui sorride alla ragazza. Lei si avvicina, si libera delle sue ali e di tutto il resto. Si siede sulle ginocchia di G.. Ci siamo, penso. Lei gli sussurra qualcosa nell’orecchio. Lui mi fa un cenno con la testa. Ci siamo. Chiamo la cameriera. Chiedo uno show privato per il signore, allungando la mia carta di credito. La cameriera mi chiede se lo show deve essere normale o speciale. Le sorrido, la scelta è obbligata. La cameriera se ne va con la mia carta di credito, mentre G. e la ragazza si alzano. Mi arriva un SMS. L’addebito della carta di credito. Cinquecento euro. Guardo G. che si allontana, appoggiando la mano sul culo della sua conquista. Ho in mano il cellulare. Il mio cellulare da 400 euro con una fotocamera da 4 megapixel. Ci penso qualche secondo. C’è poca luce, ma sono fortunato. Nel momento in cui scatto la foto i due passano sotto a un faretto e G. si volta di profilo per baciare il collo alla ragazza. L’immagine è nitida. Lui è riconoscibile. Lei è nuda. La mia carta vincente, il mio piano B. Guardo soddisfatto il display del cellulare, salvo la foto.

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