UN ULTIMO GRAZIE

un_ultimo_grazieEra maggio quando, con molti timori, ho scritto il mio primo post. Una prima volta tra le tante, ma unica come lo è ogni prima volta.

In questi mesi ho provato a raccontare e a raccontarmi. Ho parlato degli incontri tra gay e dei miei incontri gay. Ho parlato delle paure della vita e delle mie paure. Ho raccontato, a volte anche troppo in dettaglio, di esperienze presenti e passate e delle emozioni che le rendono uniche. Ho condiviso con voi, amici virtuali ma realmente preziosi, sogni per un avvenire migliore.

Tutto questo non sarebbe stato possibile se un giorno il Collettivo Mauro Repetto non mi avesse contattato per propormi quest’avventura. Non sarebbe successo se qualcuno tra di voi non avesse espresso interesse per i miei commenti, a volte chilometrici, che lasciavo nei post di Numero 12.

Al Collettivo, a voi tutti ed anche a Numero 12, che senza saperlo ha contribuito a che tutto ciò avesse inizio, devo un grazie.

In questo momento ho bisogno di una pausa e non saprei quantificarla. La routine della vita poi, non è la migliore ispiratrice per potervi raccontare nuove storie. Non che non mi succeda più niente. Tanto per darvi qualche ultima notizia: ho incontrato un ragazzo interessante, soprattutto a livello sesso, ma non sono sicuro che cerchi una storia seria, comunque non è di quelli, numerosi, per cui “una botta e via e poi sparisco dalla tua vita”, quindi si vedrà; sono in contatto con un altro ragazzo ancora più interessante, mi piace molto, anche se l’ho visto solo in foto e in webcam, ma dovrei incontralo a breve.

In qualche modo vi terrò aggiornati.

Ma in questo momento non posso più garantire un mio impegno settimanale e quindi volevo intervenire un’ultima volta per dirvi ancora grazie.

Non saprei dire se, come e quando tornerò. Ne parlerò con il Collettivo.

Ho sicuramente bisogno di un po’ di tempo per assimilare tutto quello che ho imparato. In questo tempo sono cresciuto anche grazie a voi. Anzi, soprattutto grazie a voi. Potermi aprire, spiegare, confrontare, mi ha permesso in questi mesi di osare, inventare, e a volte amare.

Non mi succedeva da tanto tempo. Ma non ho ancora fatti miei tanti insegnamenti ricevuti in questi mesi.

Adieu, o forse solo au revoir. Mi inchino e sussurro, ancora, un ultimo

grazie

PAROLE TAGLIENTI

parole_taglientiUna bella giornata che dà voglia a molti di fare sport durante la pausa pranzo, poche docce per cambiarsi prima che la mensa chiuda, ed ecco che qualche ragazzo viene a mangiare ancora sudato e in tenuta sportiva.

Io stesso sono rimasto stupito nel vederlo. Tra ragazzi in calzoncini, appena tornati dal calcetto, c’era un ragazzo che non passava inosservato.

Non sono riuscito subito ad associare il tipo di tenuta allo sport praticato. Ho chiesto dopo a un collega che lo conosce ed ho scoperto che si trattava di canottaggio. Nel giusto contesto non avrebbe scandalizzato nessuno, ma nella mensa aziendale una tenuta sportiva e aderente proprio non te l’aspetti. Che resti tra di noi: che bel sedere!

Quando l’ho visto non ho resistito e l’ho detto a un collega. Volevo mostrargli quello che avevo visto come una curiosità ed invece l’ho sentito dire: “Sembra un gay”. Ci sono rimasto male.

Quando sei un omosessuale discreto, quando la gente che ti circonda non conosce il tuo segreto, devi abituarti a questo genere di commenti.

So bene che dietro queste frasi non c’è sempre vera cattiveria, ma l’abitudine a vedere i gay come dei diversi con la tendenza all’esibizionismo. Come se fossimo tutti così.

E poi mi si chiede perché non riesco ad aprirmi verso tutti.

I SOGNI DIFFICILI

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Ho 31anni, sono giovane, tante esperienze mi attendono ancora, eppure ci sono cose che, temo, la vita non potrà mai darmi. Sono gay, non vado a letto con le donne, eppure mi piacerebbe tanto pensare che un giorno anch’io possa diventare papà.

La prima volta che mi sono reso conto di sentire voglia di paternità ero poco più di un adolescente. Avevo appena 18 o 19 anni.

Non sapevo di essere gay all’epoca, o non ne ero totalmente cosciente.

Mi rendevo conto che a quell’età non sarebbe stato facile né opportuno. Gli studi, la vita da vivere, l’inesperienza. Molti ostacoli, però sapevo già che avrei voluto avere un cucciolo d’uomo cui insegnare la differenza tra il bene e il male, insegnare che si può sbagliare e imparare dagli errori, insegnare a crescere.

Ho sempre pensato che una differenza di età non troppo grande sarebbe stata un bene per la relazione genitore-figlio che sognavo. Una ventina d’anni mi
sembrava una differenza accettabile.

Quando ero all’università non ci ho più pensato, avevo altri grilli per la testa.

Adesso che la mia situazione è stabile, tranne per quel che riguarda la vita affettiva, mi capita di ripensarci.

Vedo giovani papà con i loro pargoletti e un po’ di tristezza vela la mia anima.

In teoria potrei adottare, la legge francese lo permette, ma per una donna sola già non è facile, immaginate per un uomo. Sarebbe un percorso da combattente. Per un figlio ne vale la pena, ma bisogna essere forti. È forse per quello che bisogna essere in due.

Il problema è che in Francia un uomo solo potrebbe adottare, una coppia gay no. Se avere un figlio è un sogno, lo è altrettanto poter condividere la mia vita con la metà che ancora cerco.

Ho pensato ad altre soluzioni: uteri in affitto, incontrare donne disposte a concepire e ad affidare il bimbo al solo padre. Ma queste soluzioni mi paiono impraticabili, da un punto di vista umano prima di tutto, ma anche da un punto di vista legale.

Ci penso, ogni tanto mi torna in mente, ho dubbi e voglia allo stesso tempo. Non è una scelta da prendere alla leggera. Quando c’è di mezzo un bambino il primo pensiero andrebbe a lui e non all’egoismo dell’uomo che vuole diventare genitore.

Ci penso e intanto il tempo passa e allontana il sogno della relazione genitore-figlio che sognavo.

IL NON DETTO DA DIRE

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Non mi abituerò mai al disagio che si prova quando decidi di dichiarare la tua omosessualità a qualcuno.
È un collega ma è anche un amico. Certo, nulla a che vedere con gli amici d’infanzia, nulla a che vedere con le persone con cui condividi le avventure della vita.
Pranziamo insieme, discutiamo del più o del meno nelle pause, ogni tanto mi dà un passaggio in macchina, qualche volta andiamo al ristorante con altri colleghi. L’apprezzo molto, è una persona a cui tengo.
Un paio di settimane fa si parlava di ragazze. O meglio, lui parlava di ragazze, io parlavo di persone.
Odio mentire ma non riesco a dire la verità. Rimango sul vago e dico: “la persona che…”.
Gli ho raccontato della mia estate. Ogni frase era pesata e pensata prima di essere pronunciata. In francese devi fare attenzione, i pronomi personali sono d’obbligo, e tra lei e lui c’è una bella differenza: quella che c’è tra un etero e un gay.
Quella sera mi sono sentito sporco. Non ho mentito, ma non ho nemmeno detto la verità.
Il non detto non è grave se parli con una persona di cui t’importa poco, ma se parli con un amico è come mentire.
Volevo parlargli e oggi ho trovato il coraggio. Mi sono buttato dicendogli che in macchina volevo dirgli qualcosa d’importante. L’ho fatto senza pensare troppo, sapendo che così non avrei potuto tirarmi indietro.
Non sapevo esattamente cosa dire, non c’è una formula buona per tutte le occasioni. I libri e la scuola non t’insegnano come fare il coming-out, nello stesso modo in cui non t’insegnano a fare una dichiarazione d’amore.
La paura è la stessa: quella di essere rifiutati.
Se ho un pregio è quello di capire chi sono le persone che mi apprezzano per chi sono e non per che cosa sono. Lui è uno di quelli.
Abbiamo parlato a lungo e per la prima volta non mi ha lasciato alla fermata del treno per continuare senza di me. Abbiamo parcheggiato e continuato a parlare.
Mi sento più leggero, mi sento sollevato, e allo stesso tempo mi rendo conto di quanto sia difficile vivere facendo finta che tutto sia normale.

E VISSERO FELICI E CONTENTI

e_vissero_felici_e_contentiAffilati coltelli e bottiglie incendiare sono diventati negli ultimi tempi l’incubo di ragazzi che non chiedono l’impossibile: solo il diritto di vivere e di dimenticare, il tempo di una sera, che al mondo sono considerati diversi.
Credo che i bar, le discoteche, i ritrovi che attirano tanti gay siano l’occasione di sentirsi per un momento uguali. Uguali tra di loro.

Non posso sapere il motivo esatto di questi gesti di violenza. Mi rende però triste constatare che non si trova una soluzione. Ho una mia intima convinzione, secondo cui un riconoscimento da parte dello Stato del gay come parte integrante della società, anche in quanto persona degna di amare e proteggere i suoi legami, potrà essere l’unica soluzione.

Penso alle leggi che hanno regolarizzato l’aborto e il divorzio. Sono convinto che grande sia stato il loro contributo nel migliorare l’immagine della donna che avesse ricorso ad un aborto o che avesse divorziato. Prima di quelle leggi, e certamente, ma fortunatamente, sempre meno col passare del tempo, quelle donne si sono trasformate da puttane in persone con diritto di scelta.

Ecco, penso che questo sia lo shock culturale di cui l’Italia avrebbe bisogno in questo momento: il matrimonio gay.

QUANDO MENO TE L’ASPETTI

quando_meno_te_laspettiLa prima sera della mia estate italiana sono finito a letto con Lupo. Quando ho visto la sua espressione nel vedere che ero tornato, sapevo che sarebbe successo. Avevo casa libera e dal divano siamo passati velocemente al letto. Il mio letto d’infanzia. Un letto che, nella sua lunga vita da mobile, avrà assistito al massimo a qualche momento di solitario piacere adolescenziale. Chissà cosa avrebbe detto se avesse potuto parlare. Se lo sarebbe mai immaginato di ospitare un giorno due corpi maschili abbracciati nudi uno all’altro?

Sono lieto che non parli.

Quella sera, prima di andar via, mi ha detto che non dovevamo spingere la storia troppo lontano, per evitare di soffrire, coscienti che troppo spesso troppi chilometri ci separano. Passano i giorni, inizia il festival, arrivano i gruppi, e il materiale di cui aveva parlato Mal: un gruppo sud americano. Ragazzi e ragazze dai diciassette ai trent’anni. Un accompagnatore trans e almeno sei o sette ballerini gay. Manna caduta dal cielo su di una piccola città di provincia. La prima sera che li ho visti, ero vicino ai loro alloggi, con Lupo. Abbiamo cercato di fare conoscenza con qualcuno di questi ragazzi. Io parlo un po’ di spagnolo, lui per niente. Credo si sia sentito un po’ escluso. Tra i latini ce n’era uno, un po’ in disparte, che attendeva impaziente che una stella cadesse nella italiana volta celeste. Romantico!

Mentre parlavo con questo ragazzo, Lupo si è dileguato, lasciandomi lì solo a conoscerlo. Quella sera non avevo ancora capito, ma ventiquattro ore dopo mi sarei ritrovato solo, con lui, a vivere un momento speciale. Ho quasi pensato fosse amore, un barlume di pazzia mi ha vagamente suggerito di lasciar perdere tutto, ho intravisto la scia di fumo del treno della felicità.

È passato un mese e mi sembra un secolo. È passato un mese e ho il dubbio se fosse realtà o sogno. È passato un mese e rimpiango che il tempo non scorra al contrario.

CURIOSITA’ AL LIDO

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George si è presentato a Venezia con la Canalis ma tutti lo vorrebbero gay. Sarà stata qualche battuta di troppo dell’amico Brad, o semplicemente i gelosi rumori hollywoodiani, ma alla Mostra tutti avevano il dubbio e chiedevano.

A chi da anni nasconderebbe la sua presunta omosessualità, non bastano certo le strette Calle, il ponte di Rialto, e qualche adamitico giornalista per fare un coming out. Stenderei un velo pietoso, accanto al più celebre tappeto rosso, sulla morbosa curiosità dei loro lettori gossip-dipendenti.

Sicuramente nel mondo dello spettacolo ci sono gay non dichiarati. Mi vengono in mente quattro o cinque cantanti, un paio d’attori e di sportivi. A volte la scelta del restare nascosti è loro e, come la mia, va rispettata. Altre volte la scelta viene dal loro superiore, che sia per preservare l’immagine del corpo armato per il quale l’atleta concorre o il
business della casa discografica per la quale il cantante lavora.

Consiglio a George una visita al ponte dei sospiri.

PARIGINO