Ho trentadue anni, quasi trentatré. Da quindici corro su e giù per i campi del calcio che conta. Molta A, un po’ di B, mai una ribalta davvero importante. Guadagno seicentomila euro l’anno. «E’ bravo», dicevano un tempo di me. «Basta che non si perda per strada». Io per strada mi sono perso. O meglio: mi sono lasciato perdere. Miliardario a venticinque anni. Perché avrei dovuto fare di più? Perché avrei dovuto chiedere di più a me stesso? Mi sono accontentato. Sono un Gattuso senza corsa, un Pirlo senza piedi, un Ambrosini senza grinta. Sono un numero 12, uno di quei portieri di riserva che non giocano mai, salvo emergenze imprevedibili, ma sono sempre lì. Tutti sanno che sono lì. Nessuno sente la mia mancanza, in campo e fuori. Ma sono lì, e a fine mese lo stipendio arriva. Vi racconterò quel che i giornalisti sono troppo conigli per spiegare. Quello che i calciatori sono troppo ipocriti per raccontare. Vi racconterò che a un miliardario di trentadue anni non si può chiedere di giocare per la maglia, per la squadra, per i tifosi. A chi ha già avuto tutto si può chiedere al massimo di non rompere i coglioni, di godersi la vita. E’ quello che ho sempre fatto. Il letale binomio fica&coca mi è costato l’azzurro. Chi se ne frega. Quindici anni da miliardario, o quasi. Lamentarsi o avere rimpianti sarebbe assurdo. Ma l’ipocrisia no. Quella non la sopporto più.

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