11 Luglio 1982

29 giugno 1982. Il Milan è finito in serie B da qualche settimana, dopo un’ultima di campionato in cui il miracolo della salvezza stava per compiersi. Ho pianto per la prima e unica volta nella mia vita per una partita di calcio. Il resto dei tifosi italiani piange dalla metà di giugno. La nazionale di Enzo Bearzot sta dando il peggio di sé ai mondiali di Spagna. Pareggio con la Polonia, con il Perù e con il Camerun. Qualificazione ai danni di quest’ultimo grazie al maggior numero di gol segnati (2 contro 1). E nel gironcino a tre che qualificherà una delle semifinaliste ci sono toccati il peggio del peggio:  il Brasile, la squadra migliore vista finora, e l’Argentina, campione in carica cui si è aggiunto Maradona, appena strapagato dal Barcellona per portarlo a giocare in Spagna. Sono in un paesino sulle colline sopra il lago di Como, il paese dove è nata mia nonna e dove passo le vacanze giocando a calcio con gli amici e riempiendomi gli occhi con le giocate in mondovisione di Platini, Zico, Rummenigge, Boniek. Non certo dei giocatori dell’Italia, fin qui molto spenti e massacrati dai giornali che leggo avidamente. Oggi torno a casa prima del solito dalla partitella. C’è Italia-Argentina. Per strada incontro la signora Rita, un’amica di mia nonna. Non mi risulta sia una grande appassionata di calcio ma la sua analisi mi pare impeccabile: “Oggi è tanto se non ne prendiamo quattro”.  E invece. Piano piano l’Italia gioca sempre meglio. Rossi si divora un gol, ideale continuazione del suo mondiale, ma Cabrini e Tardelli infilano Fillol e l’Italia vince 2-1. “L’Italia, a un passo dal sogno, ci crede”, titola un quotidiano prima della partita con il Brasile. Rossi ne mette 3, pazzesco. Gentile sbrana Zico dopo averlo fatto con Maradona. Zoff para tutto. Siamo in semifinale. “L’Italia è tra le favorite per il titolo”, scrivono tutti. E’ vero. Battiamo 2-0 la Polonia priva dello squalificato Boniek. Ancora due gol di Rossi. “Sui crossi di Conti c’è scritto: basta spingere”, dice il nuovo eroe nazionale. La finale, trent’anni esatti fa, è storia. Io avevo solo 9 anni ma tutta la retorica su Pertini mi sembrò già allora populista. E mi parve assurdo che sull’aereo del ritorno Causio e Zoff giocassero a scopa con Bearzot e il Presidente. E sulle note di Da Da Da dei Trio, un genio scrisse “Son tutti figli di Bearzot”. Ascoltatela, ne vale la pena.

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NELLE MANI DEL TRAP

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Ma davvero c’è qualcuno che crede alla storia dell’acqua santa e della sorella suora? Cosa stringeva davvero tra le mani Giovanni Trapattoni…

COSA MANCA ALLA JUVE PER VINCERE LO SCUDETTO

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ADESSO E’ DAVVERO FINITA

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Adesso è davvero finita. Neanche una telefonata da parte della società, neanche un gesto di cortesia adesso che il mio contratto è scaduto e io sono un giocatore senza squadra. Me l’avevano già detto da tempo che il rinnovo non ci sarebbe stato ma fino all’ultimo uno ci spera sempre.

Neanche i miei nuovi procuratori si sono fatti sentire, domani mi toccherà chiamarli io e leccargli il culo per capire se c’è qualche speranza. Altrimenti, se va bene, dovrò abituarmi all’idea di andare a giocare per gli arabi, con uno stipendio comunque ridimensionato (ma questo è il meno) e soprattutto lontano da tutto e da tutti. Non ho nemmeno prenotato le vacanze, non ne avevo voglia. Mi sa che le passerò a rimuginare su un futuro troppo incerto per indurmi all’ottimismo.

Ieri sera, guardando i servizi sulle partite, mi sono reso conto una volta di più di non aver lasciato il segno. Tutti a parlare, giustamente, di Nedved, Ancelotti e Maldini. Se ieri io avessi annunciato il mio addio al calcio per me non ci sarebbe stata neanche una citazione. E ora mi chiedo dove sarò tra qualche settimana.

Chissà, forse a fine agosto vi racconterò com’è la vita di un ex giocatore che nessuno rimpiange, o forse vi dirò come mi trovo a giocare in un campionato di cui in Italia nessuno sa nulla. O ancora, e questa è l’ipotesi più probabile, sparirò nel nulla dal quale sono venuto. Un numero 12 che preferisce passare sotto silenzio, anche quando esce di scena.

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