Vamos a plagiar, ovvero Anna Tatangelo copia Paola e Chiara?

Va be’, di plagi o presunti tali è piena la storia della musica. Basti pensare che qualche anno fa persino l’indimenticato Peter Van Wood accusò i Coldplay di avergli copiato un pezzo. Ma qui la storia è un po’ più complicata, o più banale, a seconda dei punti di vista. Stavolta la copiona sarebbe Anna Tatangelo, il cui nuovo singolo, Inafferrabile, somiglierebbe un po’ troppo a Vamos a bailar di Paola&Chiara, tormentone estivo di un bel po’ di anni fa. Fin qui niente di nuovo. Ma è interessante notare come la moglie di Gigi D’Alessio stia ripercorrendo in più punti la carriera delle sorelle Iezzi. Prima teen popstar per adolescenti (Paola&Chiara iniziarono come coriste degli 883), oggi icona gay, proprio come capitato a Paola&Chiara prima dell’inopinato scioglimento. La parola ai nostri lettori, che potranno giudicare da soli se trattasi o meno di plagio. Di sicuro, lasciatecelo dire, Anna T non è mai stata così avvenente, rivaleggiando anche in questo con le sorelline milanesi.

The Artist Formerly Known As Scialpi

Estate 1983, il caldo è torrido, come sempre, per definizione. Le partitelle del dopopranzo con gli amici durano fino all’ora di cena. A casa, ad aspettarci, c’è un walkman della Panasonic. Dentro, una cassetta. Si chiama banalmente Estate ’83, è una compilation ultratarocca (ma i brani sono originali) con le canzoni che qualche discografico ha messo insieme, con qualche settimana d’anticipo, pensando che sarebbero state le «canzoni dell’estate». C’è Aria di Marcella Bella, di cui solo anni più tardi capiremo le allusioni erotiche («La mia gatta è ancora lì, non parla ma dice sì», non è che ci volesse molto, pensandoci bene), c’è Pecorella di Lucio Dalla (mai citato da alcuno dopo la morte del suo autore ma in realtà non male), c’è You Don’t Have To Say You Love Me dei Wall Street Crash (versione in inglese di Io che non vivo di Pino Donaggio) e c’è una canzone che non passa tanto spesso in radio ma che colpisce. Si chiama Rocking Rolling, a cantarla è un ragazzo di nome Giovanni Scialpi, che si fa chiamare semplicemente con il suo cognome. A scoprirlo è stato il maestro Franco Migliacci. Diventerà famoso.

Oggi, inspiegabilmente, citiamo il comunicato stampa, «ancora una volta, con il suo eclettismo, dà un senso nuovo alla sua musica: perde il nome originale per trasformarlo in un suono più globale:  “SHALPY”, e a livello di sonorità, sempre al passo con i tempi, lancia il suo nuovo singolo all’insegna del Tecno Pop ilventocaldodellestate (successo del 1980 di Alice prodotto allora da Franco Battiato) che anticipa l’album in uscita a fine stagione dal titolo PANPOT con sonorità che hanno nulla da invidiare alle produzioni delle star internazionali. Del brano sono state realizzate due tracce: la tecnopop version e la club version (questa seconda è by Moratto)». Mai avremmo pensato, in quella caldissima estate del 1983, di doverci riferire a lui come «The Artist Formerly Known As Scialpi». Ma soprattutto: chi cazzo è Moratto?

QUANDO MENO TE L’ASPETTI

quando_meno_te_laspettiLa prima sera della mia estate italiana sono finito a letto con Lupo. Quando ho visto la sua espressione nel vedere che ero tornato, sapevo che sarebbe successo. Avevo casa libera e dal divano siamo passati velocemente al letto. Il mio letto d’infanzia. Un letto che, nella sua lunga vita da mobile, avrà assistito al massimo a qualche momento di solitario piacere adolescenziale. Chissà cosa avrebbe detto se avesse potuto parlare. Se lo sarebbe mai immaginato di ospitare un giorno due corpi maschili abbracciati nudi uno all’altro?

Sono lieto che non parli.

Quella sera, prima di andar via, mi ha detto che non dovevamo spingere la storia troppo lontano, per evitare di soffrire, coscienti che troppo spesso troppi chilometri ci separano. Passano i giorni, inizia il festival, arrivano i gruppi, e il materiale di cui aveva parlato Mal: un gruppo sud americano. Ragazzi e ragazze dai diciassette ai trent’anni. Un accompagnatore trans e almeno sei o sette ballerini gay. Manna caduta dal cielo su di una piccola città di provincia. La prima sera che li ho visti, ero vicino ai loro alloggi, con Lupo. Abbiamo cercato di fare conoscenza con qualcuno di questi ragazzi. Io parlo un po’ di spagnolo, lui per niente. Credo si sia sentito un po’ escluso. Tra i latini ce n’era uno, un po’ in disparte, che attendeva impaziente che una stella cadesse nella italiana volta celeste. Romantico!

Mentre parlavo con questo ragazzo, Lupo si è dileguato, lasciandomi lì solo a conoscerlo. Quella sera non avevo ancora capito, ma ventiquattro ore dopo mi sarei ritrovato solo, con lui, a vivere un momento speciale. Ho quasi pensato fosse amore, un barlume di pazzia mi ha vagamente suggerito di lasciar perdere tutto, ho intravisto la scia di fumo del treno della felicità.

È passato un mese e mi sembra un secolo. È passato un mese e ho il dubbio se fosse realtà o sogno. È passato un mese e rimpiango che il tempo non scorra al contrario.

NON E’ MAI TROPPO TARDI

non_e_mai_troppo_tardiLe mie vacanze estive sono dedicate principalmente a una manifestazione, un festival di musiche e danze tradizionali, che si svolge nella mia città natale da quasi quarant’anni.

Da più di dieci do la mia disponibilità per aiutare ed assistere gli ospiti
stranieri che vengono in città per questa occasione.

Di tutte le vacanze, queste sono quelle a cui affido speranzoso mille attese. Negli anni il festival è stato occasione di incontri importanti. Amici cari, persone uniche, aure connesse alla mia che il destino ha portato sul mio
cammino per farmi crescere e diventare migliore.

Ci sono stati anche anni in cui il festival è passato senza che nessuna nuova scintilla si sia accesa nel mio animo. Il destino non si comanda, deluso, aspetto, arriverà l’anno venturo e una nuova occasione.

Di cotte ne ho avute tante. Tante belle ragazze (eh sì, i primi anni ero
ancora attratto dal gentil sesso, ma in un modo che oggi definirei infantile) e
tanti bei ragazzi sono passati sotto i miei occhi attenti.

Durante il festival sono una spugna che vuol poter assorbire ogni piccola
emozione aleggi nell’aria.

Animo e occhi aperti è sempre stato il comandamento grazie al quale ho
potuto legare con persone speciali. Con alcuni di loro sono ancora in contatto, altri sono dispersi nel labirinto di meridiani e paralleli della nostra cara Terra.

Amici unici, ottimi, cari e insostituibili. Persone che, anche se presenti
nella mia vita pochi giorni, poche ore, l’hanno segnata in fondo. Amici,
sempre e solo amici. In più di dieci anni non sono mai riuscito ad avere una
semplice stupida ma romantica storia d’amore estiva. Trentun anni e così tante cose che non ho mai vissuto.

Tante volte penso che ogni età dovrebbe avere le proprie esperienze e vedo
i miei anni passare e troppe caselle della memoria che contengono solo un
semplice messaggio: “ormai è troppo tardi”.

Quest’anno sarebbe stato ancora più difficile, con un gruppo di amici,
abbiamo preso in mano l’organizzazione del festival. Tante cose da fare e poco tempo da passare con gli ospiti stranieri. Eppure Mal l’aveva detto: ci sarebbe stato materiale interessante.

Avevo deciso che mi sarei giocato la carta Lupo. Un ragazzo in fondo appena
conosciuto: sarebbe stato la mia avventura estiva e non avrei avuto bisogno di troppo tempo libero per conoscerlo e corteggiarlo, eravamo già passati alla tappa seguente.

Avevo fatto male i conti. C’è chi dice che non è mai troppo tardi. Ci credo poco, ma la vita può farmi ricredere. Per la prima volta ho vissuto un
flirt estivo. Non era con Lupo.

MICHAEL JACKSON, MOONWALKING IN THE SKY

Estate 1983. Avevo dieci anni e stavo scoprendo la gioia di ascoltare musica con le cuffie. Da qualche mese avevo ricevuto in dono per la cresima un walkman della Panasonic. Enorme per dimensioni rispetto agli standard di oggi ma pur sempre ambitissimo tra i miei coetanei, anche se non quanto gli originali della Sony. Più attenti al portafoglio che alla coolness, i miei genitori avevano pensato che andasse bene così, accompagnando il regalo con un’antologia dei Beatles e una di John Lennon. Cresciuti negli anni Sessanta, avevano legittimamente pensato che i Fab Four avrebbero entusiasmato anche me. Non avevano del tutto torto, ma ogni stagione ha bisogno dei suoi idoli e io stavo per scoprirne uno davvero mio, assieme a svariati milioni di persone sparse in tutto il mondo. Il concetto di album non mi era ancora molto chiaro, lo diventò soltanto quando, all’interno de La primula – Libri e dischi di Rapallo, scoprii che esisteva una cassetta che conteneva sia Beat It che Billie Jean, le due canzoni che da diverse settimane ascoltavo tutti i giorni, più volte al giorno, alla radio. Non mi sembrava vero: acquistando quella cassettina con i miei sudati risparmi, avrei potuto ascoltarle quando volevo io. Dalla copertina, un ragazzo un po’ inquietante per gli standard dell’epoca (e per la mia ancora tenera età), mi fissava promettendomi emozioni ancora sconosciute. Scoprii presto che in quella cassetta c’erano anche altre canzoni ideali per trasportare in un altro mondo un bimbo di dieci anni, e c’era persino uno dei Beatles, che cantava poco convinto assieme al ragazzo della copertina in una delle canzoni che spesso saltavo con il tasto Ffwd. Michael Jackson era ovunque, non solo nella mia testa, e niente sembrava poterlo fermare. Madonna, per dire, non esisteva ancora. Quattro anni più tardi usciva Bad, ma la magia era in gran parte svanita, almeno per me. Altri idoli avevano superato Jacko nella mia classifica, e lui non è che avesse fatto poi molto per risalire. Nella primavera del 1988 venne pure a suonare in Italia, ma la distanza rispetto a casa mia e la mia ancor giovane età mi sconsigliarono di intraprendere un viaggio che si preannunciava deludente. Mai quanto gli ultimi vent’anni jacksoniani, tra presunti plagi di Al Bano (cazzo: Al Bano!) e neanche tanto presunte tendenze pedofile, figli esposti alla finestra a rischio caduta e aspetto fisico sempre più improbabile, una specie di incrocio fra ET e Rita Levi Montalcini (che peraltro si somigliano anche fra di loro). Quelli annunciati per luglio a Londra dovevano essere gli ultimi concerti della sua carriera. Non ci saranno più. Ora Jacko fa moonwalking in the sky.

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LA FINE DEL MONDO

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Dalla finestra della mia camera vedo il mare. Un mare verde, in tempesta, spazzato da venti di ponente. Il cielo è basso, grigio e piange lacrime fredde di pioggia antartica. Ogni giorno, verso sera, i raggi del sole trovano una strada obliqua attraverso le nubi. Riscaldano le montagne imbiancate e gli alberi piegati dal vento.
L’estate australe.
I cinquanta urlanti si fumano le mie sigarette.
Una voce antica mi canta una canzone sofferta.

La fin del mundo.
Di legno e argento.
Fucina di un sogno che riscalda il sole

Sono partito l’ultimo dell’anno.
Ho brindato al 2009 bevendo gin da una bottiglia per nani, diecimila metri sopra l’oceano atlantico.
Sono atterrato al mattino, in una città alla foce di un mare dolce. Ho dormito per un giorno intero, in un albergo per viaggiatori dietro la stazione.
Ho comprato dei vestiti e uno zaino. Ho regalato la mia valigia e il mio abito grigio a un uomo che cercava carta in mezzo alla spazzatura. Da un bar della stazione ho mandato una mail.
La mail diceva: “Vaffanculo”.
Ho preso l’ultimo autobus della sera per il sud.
Ho attraversato piane infinite.
Ho dormito in città senza senso.
Ho visto montagne che sembravano torri.
Ho ascoltato un ghiacciaio che urlava la sua rabbia.
Ho parlato una lingua che pensavo di non conoscere.
Ho spezzato le mie frasi con il nome di un rivoluzionario a cui hanno tagliato le mani.
Sono arrivato.

La fin del mundo.
Di legno e argento.
Qui riposa ora il mio cuore.

Ho preso una stanza in un piccolo albergo fuori città. Don Luis, il proprietario, mi ha chiesto da dove venivo. Gli ho raccontato la mia storia.
Lui non ha fatto domande. Ha tormentato in silenzio la sua barba bianca. Abbiamo bevuto una bottiglia di aguardiente.
Poi Don Luis mi ha detto che posso restare quanto voglio. Un mese, un anno, una vita.

La fin del mundo…
es cancion.
Realidad de amor.

Ho pensato a M.
Ho ripetuto il suo nome, in silenzio.
Ho mandato una lettera.
La lettera diceva: “Perdonami”

La fin del mundo.
es la historia misma.
de los que luchan por llegar a dios.

Don Luis mi ha portato a vedere un faro, la sua luce ha illuminato i miei occhi, cerchiati di nero.
Ho pianto i marinai perduti.
Lui ha guardato le mie lacrime.
La sua voce antica mi ha cantato una canzone sofferta:

La fin del mundo,
es un poco eso.
Donde el regreso siempre esta con vos.

(Le parole in corsivo sono di Oscar Fresedo e Astor Piazzola. Alcune di queste parole sono state liberamente tradotte da Bison Dele)

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QUESTA E’ L’ULTIMA PUNTATA DELLA PRIMA SERIE DI INSIDER TRADING. BISON DELE TORNERA’. ASPETTATELO